mercoledì 1 ottobre 2014

FACILITARE E RISPARMIARE, COSÌ SI RINNOVA L'ESAME DI STATO

“L'esame di maturità deve perdere quell'aspetto da giudizio divino, che tra l'altro lo ha fatto diventare costoso”. Così Stefania Giannini ha annunciato che dall’anno scolastico 2015-2016 l’esame di maturità sarà modificato e nuovamente affidato a una commissione di tutti membri interni. L’affermazione del ministro esprime perfettamente la convergenza (si è tentati di dire la connivenza) tra la pedagogia della facilitazione e le esigenze del bilancio statale, a cui solo ben diverse convinzioni educative avrebbero qualche possibilità di resistere. Dunque, facilitiamo l’esame, smettiamo di intimorire i poveri studenti, così oltre a tutto risparmiamo. In questo modo si assesta il colpo di grazia a un esame sempre più svilito per le scelte di quasi tutti i ministri (con la sola eccezione di Fioroni), ma anche per responsabilità di una parte dei dirigenti e dei docenti, che nel loro ruolo di valutatori praticano una presunta “bontà” e dimenticano la giustizia (naturalmente, alla pratica delle promozioni indebite concorrono anche l’ossessione dei ricorsi e  l’ideologia del “diritto al successo formativo”). Sta di fatto che le percentuali degli ammessi e dei promossi sono da decenni altissime, a fronte di una preparazione degli studenti spesso decisamente preoccupante.
In un Paese serio, governato da gente che si ripromette di investire davvero e non a parole  in una scuola improntata al merito e alla serietà, constatato che l’attuale esame di Stato non funziona, la risposta dovrebbe essere di ben altro respiro. Da anni sollecitiamo, insieme all’Anp e a tantissimi colleghi, disposizioni ministeriali che garantiscano la correttezza degli esami: richiami all’etica della lealtà e del merito, esclusione di chi copia, sorveglianza “senza se e senza ma” da parte dei commissari, prevenzione mediante l’uso di rivelatori di cellulari accesi, chiusura dei siti complici degli imbrogli. E sarebbe solo una parte di quella più complessiva iniezione di rigore e di responsabilità di cui ha bisogno la scuola nel suo complesso, a cominciare dal momento degli scrutini finali, troppo spesso trasformati in un’orgia di condoni.
L’esame, insomma, o lo si elimina del tutto insieme al valore legale del titolo di studio, attraverso una revisione della Costituzione, o lo si rende rigoroso e credibile, davvero in grado di rendere giustizia ai “capaci e meritevoli”. Non dunque un “giudizio divino” né  “un appuntamento di sintesi di un anno scolastico”, secondo la nebulosa e poco promettente definizione del Ministro, ma un serio momento di verifica tanto della preparazione degli studenti quanto del lavoro dei loro insegnanti. Auspicabilmente con una commissione tutta esterna, nella consapevolezza che certi costi non  sarebbero sprechi, ma investimenti.
Naturalmente non è solo l’esame conclusivo degli studi, ma tutto il percorso scolastico ad avere bisogno di essere ripensato in questo senso.  Dovrebbe essere ormai chiaro che non è con la rimozione di tutti gli ostacoli  che si può dare ai  giovani  la fiducia e gli strumenti per affrontarli. Un percorso scolastico scandito da esami, tra i quali senza dubbio quello al termine della scuola primaria, sarebbe molto più corrispondente, come la psicologia certifica ad abundatiam, alle esigenze della crescita morale e intellettuale dei giovani.

martedì 30 settembre 2014

LA BUONA SCUOLA? QUELLA CHE NON UCCIDE GLI ISTITUTI D’ARTE

("Corriere Fiorentino", 26 settembre 2014)
Gentile Direttore,
nel documento del Governo Renzi La buona scuola il quinto capitolo, dal titolo Fondata sul lavoro, è dedicato al rapporto tra la scuola e il mondo del lavoro, a partire dalla constatazione che “a fronte di un alto tasso di disoccupazione, le imprese faticano a trovare competenze chiave”, tanto nell’industria elettronica e informatica quanto in settori come quelli del mobile e dell’arredamento. Le premesse sono condivisibili e i propositi meritori. Apprezzabile in particolare l’idea della Bottega scuola, cioè “esperienze di inserimento degli studenti in contesti imprenditoriali legati all’artigianato, al fine di coinvolgere attivamente anche imprese di minori dimensioni o tramandare i mestieri d’arte”. Ma oltre a frequentare le botteghe degli artigiani, per gli studenti interessati ai mestieri d’arte c’è bisogno di una scuola ad hoc, un percorso di studi che dia loro una specifica preparazione professionale. Che attualmente non esiste più. Infatti una delle novità più rilevanti della riforma dei licei del ministro Gelmini fu l’unificazione del Liceo Artistico e dell’Istituto d’Arte. In sé è senz’altro un’ottima cosa che nel nuovo Liceo gli studenti possano scegliere fra numerosi percorsi formativi che prescindono dall’anacronistica gerarchia tra arti maggiori e arti minori o applicate (quella che Walter Gropius definiva “l’arrogante barriera tra artigiano e artista”). Sbagliatissima invece la scelta di non conservare nella secondaria superiore anche un percorso più caratterizzato in senso professionale, come era l’Istituto d’Arte. La dobbiamo all’onda lunga di un orientamento culturale che ha ispirato negli ultimi decenni le politiche scolastiche, per il quale la scuola sarebbe tanto più democratica quanto più a lungo uguale per tutti e quanto più simile a un liceo. Risultato: lo snaturamento dell’istruzione professionale, che ha visto progressivamente ridursi fin quasi a scomparire le ore di laboratorio, e percentuali molto alte di ripetenze e di abbandoni, soprattutto nei primi due anni. 
Con la sparizione dell’Istituto d’arte si rischia di perdere anche altro, cioè una straordinaria tradizione di mestieri d’arte. Il Liceo Artistico, in quanto appunto liceo, è per definizione una scuola in grado di dare agli studenti la preparazione per affrontare l’università o studi superiori in settori affini (l’architettura, il design, la grafica, l’Accademia…). Non ha dunque lo scopo di insegnare un mestiere e verranno quindi a  mancare delle figure di tecnici esperti nei diversi settori della produzione o della conservazione e restauro di manufatti artistici, figure molto diverse da quella del designer.  Nella stampa nazionale sono più volte apparsi articoli sulle difficoltà che incontrano molte aziende del “made in Italy” nel trovare questo tipo di professionalità.  A quanto pare non è un problema trovare chi disegna scarpe, mentre sono rarissimi i tecnici capaci di trasformare un modello in un prototipo.
La riforma Gelmini prevede per le Regioni la possibilità di istituire presso gli istituti professionali statali, dei corsi triennali di Istruzione e Formazione professionale detti complementari,  finalizzati al conseguimento di un diploma e con la possibilità di fare significative modifiche al quadro orario, riequilibrandolo a favore delle ore di pratica laboratoriale. 
Questa possibilità dovrebbe essere data anche a quei licei artistici che, in quanto ex-istituti d’arte, possiedono tanto i laboratori che le necessarie competenze professionali. Occorre una modifica normativa e una scelta politica e culturale che sarebbe del tutto coerente con il programma della “Buona scuola”.
Andrea Ragazzini 
Gruppo di Firenze per la scuola 
del merito e della responsabilità

mercoledì 24 settembre 2014

LA CLASSE DI 42 ALLIEVI, OVVERO LA SICILIA COME METAFORA

L’incredibile vicenda del Liceo di Caltanissetta, in cui era stata formata – a norma di legge – una classe di 42 allievi, tra cui ben 4 disabili, si è per fortuna rapidamente risolta con l’intervento del Ministero, che ha dato il permesso di sdoppiarla. Superata questa situazione quasi da barzelletta, rimane il fatto che la normalità non ne è poi così distante. Infatti non c’è scuola, a ogni inizio d’anno, che non abbia un qualche motivo per vivere drammaticamente l’avvio delle attività didattiche: aule che mancano, classi di 30-32 ragazzi in spazi angusti, assenza di aule speciali per gli studenti disabili, concentrazione di studenti difficili in pochissime e inadeguate  scuole, docenti di sostegno nominati a settimane di distanza dall’inizio delle lezioni e altro, molto altro ancora.
Chi scrive è reggente di una scuola che ad oggi non ha in organico, rispetto ai sei studenti disabili, neanche un docente di sostegno; e infatti, proprio come lo scorso anno, uno di questi è costretto a rimanere a casa, perché senza il proprio docente è pressoché impossibile garantirgli anche qualche ora di lezione. Nella scuola in cui sono titolare, invece, avremo l’aula che ci manca solamente tra qualche settimana, nonostante che sia stata insistentemente richiesta fin dallo scorso aprile; e questo soltanto grazie al fatto che la sua mancanza  ha fatto notizia e se ne è parlato sui giornali locali. Nel frattempo, una classe è costretta a fare lezione nell’aula magna (si fa per dire). Per  le nomine dei docenti di sostegno mi son mosso fin dai giorni immediatamente precedenti l’inizio delle lezioni, via mail e di persona, per avere certezze sulla loro nomina che, invece, ancora non è avvenuta.
Allo stesso modo, chissà quanta fatica e quanta frustrazione avrà dovuto sopportare la povera collega di Caltanissetta affinché si risolvesse lo scempio della maxi-classe; frustrazione amplificata per lei, come per tutti noi, dal constatare come sia necessario che finiscano sui giornali gli anacronismi della nostra amministrazione, per vedere soddisfatte le nostre richieste. E mai che un funzionario o un politico paghino per le lentezze e le inadempienze dell’amministrazione.
Nella scuola di Caltanissetta studiò a suo tempo Sciascia e insegnò Vitaliano Brancati; e forse solo loro e Pirandello sarebbero stati capaci d’imbastire un racconto sulla stupidità e l’inettitudine di certa burocrazia ministeriale. (VV)

lunedì 1 settembre 2014

RIDATECI IL SILENZIO: ALTRE TESTIMONIANZE

Teresa: La situazione, già pesante, si è ulteriormente aggravata con la "liberalizzazione" delle licenze; mi trovo ad abitare nel centro storico di un paese di circa 12.000 abitanti, sulla cui piazza principale nel giro di nemmeno 50 metri insistono 7 bar e una pizzeria... e le mie camere da letto ... su uno di questi... Credo che il problema principale sia nel fatto che le amministrazioni comunali non rispondono mai, giuridicamente parlando, dell'omissione di controllo sulle continue violazioni da parte degli esercenti, cosa che non avviene nemmeno da parte delle forze dell'ordine eventualmente chiamate, naturalmente sempre impegnate in qualcosa di più importante e da cui non sono stata mai corrisposte  multe, unica sanzione che a mio parere funziona meglio. Dovremmo promuovere una proposta di legge perché lo siano...credo anche che, la nostra situazione sia assimilabile ad una vera e propria "tortura" condannata dalla Convenzione di Ginevra sul trattamento dei detenuti di guerra....perché anche noi siamo condannati a vivere una vita di "prigionieri" certo civili, e non militari, da parte delle nostre amministrazioni che, risultano conniventi con le violazioni degli esercenti. Tra il diritto alla salute (perché di questo si parla quando si richiama da parte della Costituzione il diritto al riposo) e il diritto "all'iniziativa economica" sempre richiamata in questi casi, ma che nulla centra, per la stessa Costituzione dovrebbe sempre prevalere la nostra... la mia situazione è analoga al primo scrivente...ci si addormenta male verso le tre di mattina e ci si sveglia peggio, verso le cinque... 
Nanni. Aderisco con entusiasmo e convinzione. Non sopporto che il nostro paese, fra quelli  a più alto tasso di analfabetismo musicale ( ma che si vanta di essere tra quelli più "musicali" della terra, una  "rendita" che nasce  da una storia musicale certamente di eccellenza), trasformi la musica in caciara imposta e assordante e l'atto dell'ascolto, che dovrebbe essere libero per eccellenza, come una condanna senza appello. 
Mariapina. Aderisco. Vivo in una città da sempre governata dalla destra, che "utilizza" il centro storico abitato per iniziative quali la pista del ghiaccio, la boxe, la pallacanestro, la maratona, la staffetta… il tutto con un'amplificazione da concerto, aggiungo che quest'anno tale iniziativa va dal 20/06. al 26/07 , per tutti i venerdì sabato domenica.  Sto pensando di vendere la mia casa, che amo. 
Fabrizio. Esistono forme di inquinamento acustico micidiali, direttamente proporzionali negli effetti alla delicatezza del contesto. Quest'estate non mi è mai capitato di andarci, nel tratto della valle dell'Adda fra la centrale idroelettrica monumentale di Trezzo e le conche dette leonardesche, che rassicuravano la navigabilità anche delle rapide del fiume. Un paesaggio maestoso, dove già un eccesso di affollamento domenicale di pedoni e ciclisti dà un pochino fastidio, come fastidio danno i (pochi e piccoli) incroci con la viabilità automobilistica, e relative colonie di chioschi, cartacce, capannelli ridanciani innocenti ma casinari. Ma c'è qualcosa di peggio, e micidiale: la colonia estiva dei bambini, con un impatto peggio di una centrale nucleare. L'impatto è la voce dell'animatore, che urla come un ossesso per tutto il giorno attraverso un megafono, facendosi sentire per tutta la valle del fiume: "Adesso andiamo tutti di là. E tu Tonino smettila di scherzare Elio che poi si offende e ti dà un pugno, ahahaha!" eccetera. Siamo in un'epoca di smartphones, uno straccio di telefonino ce l'hanno tutti quanti, bambini piccoli inclusi: a quando la smart-colonia? A quando un po' di silenzio (relativo) in tutti i posti dove si va, appunto, per non stare costantemente in discoteca, o in fabbrica, o in un centro commerciale risuonante di musichette pubblicitarie? 
Alessandra. vorrei aggiungermi al coro di proteste nei confronti del rumore, soprattutto della musica imposta.Che faccia parte di un preciso disegno politico  progetto per rimbambire i cittadini di questo paese? Ne sono ormai convinta. I centri commerciali sono stati i primi a somministrare questa medicina purgativa ma i bar, le palestre, gli stabilimenti balneari, le farmacie dotate di tv come  le stazioni ferroviarie...l'elenco s'è allungato fino ad arrivare al dentista! La dentista di mia figlia imponeva ad un discreto volume, musicaccia commerciale a bambini ed adulti. Oltre alle situazioni d'insofferenza provocate a mia figlia dalla terapia ortodontica e all'inefficacia della cura la musica imposta è stato il motivo in più che m'ha fatto cambiare dentista. 
Altro episodio accaduto 2 anni fa: porto mia figlia di 8 anni in una palestra dotata di piscinetta per bimbi ignorando che sia  dotata di  diversi maxischermi  che diffondono  musica commerciale  ad alto volume. Noi genitori  per l'ora d'attesa in una saletta costretti  a "deliziarci": io, non sapendo maneggiare il macchinario stacco la spina. Vengo  redarguita dal personale la volta dopo. Fine delle lezioni in piscina. 
Lucia. Ho reiteratamente protestato sia mediante scritti che recandomi personalmente presso gli uffici comunali competenti della mia città ( La Spezia)
La posizione del Sindaco e della giunta attuale della Spezia è la seguente:
-è da questo anno in vigore una delibera con la quale si consente l'apertura dei locali con dehors e musica fino alle 2 di notte  tutti i Venerdì e Sabato in tutto l'anno nonché numerose notti bianche in centro citta
- è prassi che il Sindaco e i suoi uffici autorizzino in deroga ai limiti orari e di decibel manifestazioni musicali o iniziative commerciali  o benefiche (con musica)  in centro città in tutto l'anno in qualsiasi orario o giorno
- nel periodo estivo Giugno-Agosto vengono sistematicamente messe in calendario in diversi giorni della settimana  numerose manifestazioni musicali ad elevata rumorosità ( esclusivamente musica Rock, Metal e Jazz) sia in un zona della città denominata "Pinetina" ritenuta lungomare, ma effettivamente in centro città e adiacente abitazioni, sia in diverse piazze del centro città
( collegarsi al sito internet Comune La Spezia alle voci "Estate Spezzina" e "Spazio BOSS")
-i gruppi musicali o singoli giovani musicisti hanno tutto l’anno messo a disposizione gratuitamente un intero edificio scolastico “Dialma Ruggero” per attività culturali, manifestazioni culturali, conferenze e
-i cittadini hanno fatto numerosi esposti e ricorrono al momento a vari numeri 112, 113 etc dai quali si risponde molto cortesemente che non hanno margine di azione e facendo riferimento alle delibere o disposizioni comunali di cui sopra
Ovviamente quanto sopra a spese di disturbo sonoro ed economico dei cittadini. 
Giovanni. Non mi sembra vero che qualcuno abbia deciso di prendere posizione conto la 'musica obbligatoria' che ci circonda in ogni momento della vita: vi sono riconoscente! Credevo fosse una mia battaglia solitaria e persa in partenza. Sono un musicologo, per la precisione un 'etnomusicologo', e alla musica ho dedicato buona parte della mia vita, scrivendo innumerevoli articoli e qualche libro (il prossimo in inglese ancora non è uscito)... eppure, la musica oggi quasi non la sopporto più: immagino che possiate immaginare i motivi per  i quali ho maturato quest'atteggiamento (odio soprattutto il disturbo nei mezzi pubblici, dove non si riesce più a leggere una riga o anche a pensare alle proprie cose senza essere interrotti dalle sigle dei cellulari o dagli odiosi ambulanti con amplificatori a tutto volume (per non parlare della 'musica' sulle banchine (mi riferisco qui alla metropolitana di Roma): e a dirlo sono proprio io... che mi sono occupato di musicisti itineranti (i 'posteggiatori' napoletani!). Non sono un personaggio famoso ma se la mia firma può servire aggiungetela senz'altro e inoltre, consideratemi a disposizione in qualsiasi modo per questa sacrosanta battaglia... tenetemi aggiornato e grazie ancora! 
Giacinta. Sono costretta a subire gli abusi di un pub/discoteca/ristorante aperto qualche anno fa sotto casa mia al lago Albano. Dopo aver denunciato al Dipartimento Funzione Pubblica della Presidenza del Consiglio e al Difensore Civico del Lazio le inadempienze del comune di Castelgandolfo (che però non ha mai risposto alle loro lettere), ho presentato un esposto ai carabinieri, raccontando tutta la vicenda. Poco tempo fa il  comandante della stazione mi ha detto aver personalmente monitorato in borghese la situazione (non da casa mia, però, ma dalla strada), che il rumore del locale non è eccessivo e che non posso chiamare sempre il 112. Faccio presente che stanotte a mezzanotte e venti la pattuglia intervenuta a casa mia era di tutt'altro parere, tanto che si è recata dal gestore del locale per chiedere di abbassare il volume. Faccio notare anche che il lago è un anfiteatro naturale e quello che si sente per strada è ben diverso da quello che si sente all'interno.  Morale della favola, sono una povera donna che esagera e quindi l'esposto sarà inviato in procura, ma con questo bel biglietto di accompagnamento dei carabinieri, ossia "il rumore non è eccessivo". Premesse le leggi nazionali in materia di rumore e il piano di zonizzazione di Castelgandolfo (dalle 22, 42 decibel), quello che mi sconcerta è il fatto che un cittadino che reclama il proprio diritto al sonno viene preso per matto e un locale che non rispetta la legge invece ha tutta la comprensione dei carabinieri perché deve lavorare. Il comandante è stato chiaro: è convinto che per me l'unica soluzione sia che il locale chiuda (che poi, guarda caso, è anche quello che vanno ripetendo come un mantra i gestori del locale). Ho tentato di rispondere che invece vorrei solo che venisse rispettata la legge, ma è stato inutile. Ha ribadito che devo essere elastica e tollerare quelli che chiama "momenti di goliardia" (schiamazzi dei clienti in giardino fino alle 3/4 di notte) oppure qualche decibel in più. Sono infuriata e anche amareggiata. Da 7 anni si ripete sempre la solita storia: i diritti del locale valgono più dei miei. Quindi, a questo punto sono condannata a subire musica e schiamazzi. Ora, per quella che è la mia esperienza, ho riscontrato una grande confusione (uso questo termine per essere gentile) riguardo all'applicazione delle norme anti-rumore da parte delle varie istituzioni. In sostanza, è facilissimo eludere la legge anche con il beneplacito delle istituzioni, come nel mio caso. Il comandante dei carabinieri ha decretato che il "rumore non è eccessivo" e il mio esposto vale meno di carta straccia (è ovvio che il magistrato, nel qual caso volesse intervenire, sentirà il parere dei carabinieri). Insomma, cosa può fare ancora un cittadino che si trova nella mia situazione? Niente, purtroppo, a parte cambiare casa (la causa civile non la prendo in considerazione perché avrebbe tempi lunghissimi e esito molto incerto, considerato che il locale che mi molesta è quasi l'alma mater di quanti, nella mia zona, operano nel settore della giustizia). Per questo motivo, visto che non posso rimanere in silenzio, chiedo ospitalità sul vostro blog per raccontare la mia storia.   

martedì 5 agosto 2014

I CENTO E LODE E L'INTERESSE GENERALE

In un intervento sulle pagine romane del "Corriere della Sera", Rosario Salamone, per molti anni preside del Liceo Visconti, ironizza sulla pioggia di 100 e lode che anche quest’anno si è verificata in Puglia agli esami di Maturità: ben 700 su un totale di 3450 in tutta Italia, cioè uno su cinque. Salta agli occhi, scrive fra l’altro il Preside Salamone, il contrasto tra  una simile concentrazione di teste d’uovo e i risultati assai mediocri dei test Invalsi relativi alle scuole superiori  di quella regione.
Di tutt’altro tenore un articolo sulla Gazzetta del Mezzogiorno a firma di Lino Patruno, che è solo omonimo del musicista co-fondatore del gruppo dei Gufi, ma un po’ fa sorridere nell’attribuire esclusivamente al pregiudizio nordista la critica all’attendibilità del dato pugliese, su cui mi pare difficile non avere qualche dubbio.
Ma per venire un po’ incontro a Patruno si deve rilevare  che,  se tra i dati forniti dal Miur si  prendono in considerazione non i numeri assoluti delle lodi, ma, forse più correttamente, le percentuali delle lodi sul numero degli studenti esaminati regione per regione, ai piani alti della classifica non c’è solo il sud. La Puglia è nettamente in testa con il 2%, ma al secondo posto c’è l’Umbria con l’1,5%, poi il Molise con l’1,3%, la Calabria e le Marche con l’1,2%, la Sicilia e l’Emilia Romagna con lo 0,9%  e via via decrescendo verso nord  fino allo 0,3% della Lombardia.
Se si considera la distribuzione dei 100 senza lode, si hanno dei dati sostanzialmente simili, ma in questo caso la Puglia è solo seconda con il 6,6%,  preceduta dalla Calabria con il 7,3%; al terzo posto l’Umbria con il 6,1%, mentre anche qui la più avara è la Lombardia con il 2,5%.
Salamone nel suo articolo indica tra le cause di questa vera e propria “disgregazione del sistema valutativo, la sua arbitrarietà e inattendibilità” la nomina a livello locale e non più nazionale  delle commissioni (io aggiungerei la composizione mista di interni ed esterni), con maturandi e commissari che “giocano in casa”. Si tratta certamente di un aspetto importante, che è però parte di un complessivo processo di svalutazione dell’Esame di Stato, previsto  dalla Costituzione come fondamentale momento di verifica e oggi poco più di un momento rituale.
Il punto è che sembra essersi quasi del tutto smarrita la consapevolezza  che la credibilità degli Esami di Stato (e più in generale della scuola pubblica) è parte integrante di un bene comune a cui non è possibile rinunciare senza gravi danni per la società  e per gli stessi giovani come futuri cittadini.
I lettori di questo blog ricorderanno i nostri appelli per la correttezza degli esami e le numerosissime testimonianze su comportamenti censurabili, a volte gravemente scorretti, che però appaiono persino doverosi e moralmente ineccepibili  a quei docenti commissari d’esame che più o meno consapevolmente hanno messo da parte la tutela dell’interesse generale  a favore di male intesi interessi particolari. E ricorderanno anche come i ministri di turno hanno risposto a quegli appelli: con l’indifferenza, qualcuno persino con arroganza (è il caso di Profumo); eppure dovrebbero essere ben consapevoli di quale sia  l'interesse generale.
Il problema dunque è della scuola italiana nel suo insieme, anche se, tornando ai dati del Ministero, mi sembra difficile in linea di massima non attribuire alla malintesa generosità di cui sopra le percentuali più elevate di 100 e lode, e in generale di punteggi molto alti, a meno di non concludere che gli studenti lombardi sono sei o sette volte più testoni dei loro colleghi pugliesi. 
Andrea Ragazzini

domenica 3 agosto 2014

IL PREZZO PAGATO ALLA TOLLERANZA CHE NON HA CONFINI

Le immagini pubblicate sul Corriere fiorentino di sabato scorso confermano, se era necessario, quanto drammatiche siano le notti di alcune aree della città. E queste fotografie, probabilmente destinate a fare il giro del mondo, spiegano come mai decine di intellettuali, unitamente a centinaia e centinaia di cittadini e associazioni di ogni genere abbiano, poche settimane fa, deciso di uscire allo scoperto con un documento che denuncia il degrado a cui si è arrivati e la violenza a cui sono sottoposti i cittadini che subiscono le notti della movida, dominate dal nichilismo più tragico. 
Il sospetto  è che tale degrado, almeno in certi casi, sia  legato ad interessi concreti tra certo sottobosco politico-amministrativo e certi “padroni” delle notti. E questo sospetto emerge con forza soprattutto in certi luoghi di villeggiatura,  ove  sarebbe interessante indagare se le licenze di certi localacci  abituati  a vendere impunemente  alcoolici a tutte le ore e a chiunque, minori compresi, e ad attirare i giovanissimi con musiche a tutto volume fin alle prime luci dell’alba, non siano state concesse grazie a legami familistici  diretti o indiretti con qualche  amministratore del luogo. Di fronte a tutto questo si registra una sconcertante tolleranza da parte  delle autorità preposte a tutelare la quiete e la salute pubblica.
Tutto ciò si spiega anche con  quel certo costume,  del tutto italiano, che porta gran parte di tutti coloro che ricoprono cariche pubbliche a non prendersi, appunto, le proprie   responsabilità. Di conseguenza le situazioni di illegalità  si incancreniscono, rischiando alla fine  di prosciugare  questa nostra sempre più esile democrazia. È accaduto con i rom che per mesi hanno spadroneggiato alla stazione prima che venissero prese delle misure finalmente efficaci . E accade così da anni con gli abusivi che vendono di tutto, anche merce della camorra, in ciascun luogo del suolo patrio, comprese strade e piazze di città come Roma, Milano e  Venezia, oltre naturalmente Firenze. Piazze che dovrebbero essere dei salotti di civiltà e bellezza  aperti sul mondo. Invece, per il divertimento dei turisti, le autorità mettono ogni tanto in atto una sorta di gioco a guardie e ladri che  alla fine lascia le cose com’erano prima. Peraltro cose del genere accadono da anni nei confronti di chiunque, per un qualsiasi motivo, spesso anche solo pretestuoso, decida di occupare spazi pubblici, scuole e strade  comprese. E accade  anche in occasione di ben più serie e  drammatiche occupazioni: penso per esempio a quelle di edifici, pubblici e privati, da parte  di sfrattati, di immigrati  e  di senza dimora  ai quali non sappiamo dare altre risposte o riconoscere altri diritti se non quelli, appunto, d’infrangere  impunemente le regole.
Ed è così nei confronti di coloro a cui permettiamo, anche in questi casi impunemente, di fare i “furbi” e magari di ostentare le loro furberie:  siano queste rappresentate dall’evasione  fiscale o dal non fare il proprio dovere durante il lavoro, quando questo  è svolto per conto dello Stato.
Dentro le drammatiche foto di Piazza Santo Spirito c’è  tutto questo: c’è il degrado di una piazza, di  una città, di una civiltà e c’è il richiamo forte a non perdere altro tempo, perché la democrazia è spesso più resistente quando minacciata da un nemico identificabile e  visibile, che non  quando  è  lentamente consumata e  corrosa  dall’abitudine a sprofondare sempre più  nella quotidianità della  illegalità. 
Valerio Vagnoli  ("Il Corriere Fiorentino", 31 luglio 2014)

mercoledì 16 luglio 2014

ATTORNO A MINISTRI E SOTTOSEGRETARI INESPERTI SI TENTA L'ENNESIMA “GRANDE RIFORMA” PUNITIVA

Nessuno sa bene quali manovre si stiano apparecchiando al ministero nei confronti del mondo scolastico. Di sicuro in un qualsiasi altro paese un sottosegretario che avesse detto "sciocchezze" in merito a quanto stava progettando sarebbe saltato, anche se avesse chiesto scusa. Peraltro in un qualsiasi altro paese difficilmente sarebbe stato nominato un sottosegretario all’istruzione del tutto inesperto di questioni scolastiche (parole sue). Eppure da noi questa è la regola, con rare eccezioni; ed è una condizione che li espone maggiormente all’influenza delle solite "squadre di lavoro" che dettano legge in materia di scuola (sindacalisti passati nella burocrazia ministeriale, direttori  ed ex direttori generali, ispettori ed ex ispettori, pedagogisti incarogniti contro la classe docente), che probabilmente anche ora stanno preparando la loro "grande riforma".
Andò così con Berlinguer. Quando fu eletto alla camera, Berlinguer aveva manifestato idee positive sulla scuola, suscitando qualche speranza (ricordo ad esempio il consenso iniziale della Gilda). Lo posso testimoniare insieme ad altre 15 persone rappresentanti le scuole del centro fiorentino, che lo incontrarono in casa mia nel febbraio 1996, quale candidato alle elezioni politiche, per conoscere le sue idee per la scuola. In quella occasione il futuro ministro lamentò la scarsa considerazione, anche economica, di cui godeva il corpo docente e che questo in particolare rappresentava la prima emergenza della scuola italiana. Prese poi spunto dalla delusione rispetto al modello scolastico americano, che il figlio aveva frequentato per un anno, il quale, a suo parere, non era in grado di trasmettere una solida cultura generale, a differenza di quella italiana. Citò inoltre, a conferma del suo apprezzamento per il modello scolastico di stampo liceale, quanto gli avevano fatto presente alcuni amici sia imprenditori che funzionari di banca; e cioè che la scuola doveva garantire una solida cultura di base perché poi avrebbero pensato loro a insegnare ai giovani i programmi informatici e altri aspetti tecnici del lavoro.  
Poi il politico divenne preda delle "avanguardie" socio-pedagogiste e sindacali, sconfessando in buona parte quella che era la sua precedente visione della scuola, almeno di quella che aveva dipinta a noi, ingenui docenti pieni di attese.
Oggi, come ho sopra ricordato, temo che la storia possa ripetersi e questo timore nasce dall'assoluto silenzio, proprio alla vigilia della pausa estiva, che si sta mantenendo da parte di chi, sottosegretario Reggi in primo luogo, sta lavorando alla "grande" trasformazione della scuola.
Quanto a entrare nel merito di quello che è stato per sommi capi preannunciato, dovrei ripetere cose che abbiamo già detto in passato in circostanze analoghe. Accenno solo ad alcune.
- non è vero che gli insegnanti  italiani lavorano meno di quelli europei;
- c’è una grave inconsapevolezza della fatica e non di rado dello stress che caratterizzano un serio impegno professionale;
- è semplicemente ridicolo solo pensare che la maggior parte delle scuole italiane sia minimamente in grado ospitare tutti gli insegnanti in condizioni almeno decenti per il lavoro pomeridiano;
- è illusorio pensare che le scuole aperte (“fino alle 22”!) sarebbero davvero frequentate da un gran numero di studenti. Molti istituti, infatti, propongono già da tempo attività sportive o altri progetti extracurriculari (teatro, musica, scrittura creativa…), ma la frequenza è in moltissimi casi pressoché nulla. Solo chi non sa niente di scuola o da  anni ne è al di fuori, magari perché “distaccato”, non si è reso conto che le richieste da parte degli studenti di “impossessarsi”  degli istituti scolastici durarono poco (fino a quando, appunto, le scuole giustamente decisero di aprirsi alle loro richieste).  
- una maggiore quantità di scuola (secondo la vecchia illusione quantitativa tipica di molta sinistra) è utile solo nel caso di allievi insufficienti, ma che si impegnano almeno un po', oppure sono stati assenti;
- premiare i migliori insegnanti non migliora la scuola e può essere dannoso ai rapporti tra colleghi; bisogna invece assicurare a tutti gli allievi dei docenti almeno decorosi. Cosa ben diversa sarebbe quella di riconoscere stipendi diversificati ad insegnanti che magari per concorso potrebbero accedere a ruoli e a carriere particolari quali, per esempio, la vicepresidenza, la responsabilità nella formazione dei nuovi assunti, l’occuparsi  a tempo pieno dell’alternanza scuola-lavoro, dell’aggiornamento e altro ancora.
Quando le misure saranno finalmente note, potremo fare ulteriori valutazioni (peraltro, a differenza dei miei amici del Gruppo, da ex studente dell’Istituto magistrale, sono da sempre d'accordo sulla opportunità di accorciare il percorso quinquennale delle superiori). Ma che non si prendano a schiaffi i docenti e tutte le altre figure che lavorano nella scuola! Gli schiaffi, beninteso metaforici, se li dovrebbero prendere tutti coloro che – da sempre fuori dalla scuola e imbucati, per demeriti vari, nelle carriere ministeriali, sottogovernative, burocratico-amministrative, universitarie, sindacali e affini – da  anni e anni fanno il buono e soprattutto il cattivo tempo  nella politica scolastica. Se la politica, quella che spero sopravviva ancora con la P maiuscola, dovesse rompere gli ultimi legami che ha  con la stragrande maggioranza del mondo scolastico (quale altro collante ha questo povero Paese?) sarebbe un danno forse irreversibile per la salvaguardia della democrazia. (Valerio Vagnoli)

mercoledì 2 luglio 2014



RIDATECI IL SILENZIO
Contro la distruzione della quiete pubblica, contro la musica imposta
Appello al Governo, al Parlamento, alle amministrazioni regionali e comunali,
alle polizie municipali, ai prefetti, alle forze dell’ordine

Esiste ancora la difesa della quiete pubblica? A noi pare di no. Da anni si sono infatti  affermate abitudini e convinzioni che negano in radice il diritto a riposare tranquillamente all’ora che si preferisce, a concentrarsi nella lettura, ad ascoltare musica di propria scelta, a godere la tranquillità e la bellezza di un parco o di una spiaggia.
Già può risultare fastidiosa la musica imposta in quasi ogni locale o esercizio dove si metta piede. Ma è a maggior ragione inammissibile che soprattutto nella buona stagione imperversi ovunque la musica ad alto o altissimo volume, che da chioschi, stabilimenti balneari, piazze si propaga anche a grandi distanze.
Inoltre molti quartieri cittadini sono tormentati dagli schiamazzi della cosiddetta “movida”, mentre le notti bianche o blu si trasformano troppo spesso in un vero e proprio incubo per i loro abitanti.
In questo quadro desolante manca quasi del tutto un’incisiva azione di prevenzione e di contrasto basata su norme chiare, severe ed efficaci; anzi, il più delle volte dobbiamo constatare l’insensibilità e la tolleranza di chi dovrebbe proteggere la tranquillità e il riposo dei cittadini, le cui richieste di intervento rimangono quasi sempre inascoltate. Alle proteste si risponde spesso che si tratta di conciliare interessi diversi. Ma questo non può certo voler dire che in determinati orari si possa sospendere un sacrosanto diritto dei cittadini.
È arrivato il momento di  opporsi con determinazione a tutto questo. Ci rivolgiamo quindi al Governo, al Parlamento, alle amministrazioni regionali e comunali, alle polizie municipali, ai prefetti, alle forze dell’ordine chiedendo loro di provvedere con la massima urgenza, ciascuno nel suo àmbito, a far sì che venga ovunque garantita con fermezza e tempestività la quiete pubblica, anche attraverso norme più restrittive di quelle attuali, mettendo così fine a una situazione divenuta ormai non solo intollerabile per i cittadini, ma anche gravemente lesiva ai loro occhi della credibilità delle Istituzioni.
Invitiamo tutti coloro che condividono questo appello a farlo conoscere e a rivolgersi insieme a noi alle autorità e istituzioni competenti, affinché si decidano a tutelare la quiete pubblica sia di giorno che di notte. Il diritto al silenzio e al riposo non può diventare sempre più un privilegio riservato  soltanto a chi, per caso o per possibilità economiche, si trova  a vivere in luoghi immuni da questa piaga .
Siamo sicuri che questo appello esprima uno stato d’animo comune a moltissimi italiani. Speriamo davvero che non rimanga inascoltato.
Salvatore Accardo, Niccolò Ammaniti, Alessandro Barbero, Sergio Belardinelli, Remo Bodei, Dino Cofrancesco, Paolo Crepet, Elio Franzini, Carlo Fusaro, Giorgio Israel, Paolo Ermini, Roberto Esposito, Giulio Ferroni, Ernesto Galli Della Loggia, Silvio Garattini, Fulco Lanchester, Giacomo Marramao, Paola Mastrocola, Alberto Oliverio, Anna Oliverio Ferraris, Lucio Russo, Aldo Schiavone, Luca Serianni, Sebastiano Vassalli, Michele Zappella. 

     Iniziativa promossa dal Gruppo di Firenze per la scuola del merito e della responsabilità

lunedì 9 giugno 2014

VERSO UN ANNO SCOLASTICO DAVVERO “NUOVO”?

“Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice. Non è vero”? L’amara ironia con cui il Passeggere si rivolge al Venditore di almanacchi nell'eponimo dialogo leopardiano sembra essere stata per decenni l'illusione di chiunque – docenti, studenti, genitori e presidi – abbia avuto a che fare con la scuola, cioè quella che malgrado tutto si debba andare avanti, perché alla fine qualcosa di nuovo accadrà. Così ogni anno lo si affronta con la recondita speranza che finalmente qualcosa cambi e che i discorsi pieni di attese e promesse, pronunciati nei primi giorni di scuola da ministri e Presidenti della Repubblica, non rimangano vuota retorica. Ma guardando la realtà al di fuori di qualsiasi illusione, dobbiamo constatare che da decenni la scuola italiana è quasi completamente abbandonata a se stessa. Perdurando la latitanza dei politici e la loro cecità rispetto alla “realtà effettuale”, la scuola sembra andare avanti solo in virtù dell'illusione che qualcosa alla fine debba accadere per risollevare un sistema agonizzante. Ma così non può durare e il rischio che alla fine il sistema crolli è fin troppo evidente; e lo dimostrano le condizioni pietose di gran parte degli edifici scolastici nazionali. Stavolta però ci aspettiamo un’estate diversa. Un’estate in cui si avvii un vero e proprio piano a brevissimo termine per il recupero e la ristrutturazione degli edifici scolastici più degradati, sperando che si eviti di far progettare gli interventi esclusivamente dagli assessorati locali e si diano invece delle direttive generali condivise da architetti ed esperti di didattica dalle quali non si possa assolutamente prescindere (e in questo è incoraggiante la disponibilità a collaborare manifestata al Presidente del Consiglio da Renzo Piano). Poi vi sono altre misure da prendere, a partire dalla necessità di riqualificare la formazione professionale, senza la quale ci resta difficile immaginare una ripresa economica destinata a durare nel tempo e a valorizzare le vere risorse della nostra economia, a partire da quelle legate al turismo e alle manifatture, sia industriali che artigianali. È quasi superfluo aggiungere che senza una vera riforma della formazione professionale sarà impossibile risolvere o almeno ridurre in modo significativo l'altissimo tasso di dispersione scolastica che colpisce prevalentemente i ragazzi dei professionali e che rappresenta una discriminante sociale indegna di un paese civile. Si dia inoltre ai sindacati il ruolo che nella scuola compete loro, e cioè quello di occuparsi della salvaguardia dei diritti del personale (e non sarebbe male che si ricordassero anche dei doveri) e non della didattica, come invece troppo spesso accade. E si faccia finalmente chiarezza su come innovare in modo equilibrato il sistema di reclutamento del personale scolastico e, nello stesso tempo, si si renda possibile indirizzare gli incapaci ad altri compiti e cacciare i neghittosi dalla scuola. I ragazzi hanno diritto ad avere edifici scolastici sicuri, insegnanti bravi e appassionati e la possibilità di scegliere un indirizzo scolastico come quello professionale, che sia veramente corrispondente alle loro vocazioni e non quella sorta di indirizzo generalista che è diventato in seguito alla “riforme” del '92 che lo hanno licealizzato e privato di identità specifica. Se davvero qualcosa del genere nei prossimi mesi potrà accadere, saremmo certi che a guadagnarne non sarebbe solo la scuola, ma il Paese intero e forse si potrà cominciare a pensare che “principierà la vita felice” o almeno più felice rispetto a quella degli ultimi anni. Durante i quali, non curandoci di un reale rinnovamento della scuola, non abbiamo saputo pensare al nostro futuro e soprattutto a quello delle future generazioni.  
Valerio Vagnoli  
 (pubblicato sul "Corriere Fiorentino" del 7 giugno 2014 con il titolo Un'altra scuola? Proviamoci)

mercoledì 14 maggio 2014

MAESTRE DI SCUOLA E DI VITA

Domenica scorsa, al Poggio Imperiale di Firenze, sede dell'Educandato della SS. Annunziata, si è festeggiato l’ingresso della Villa, insieme ad altre dimore storiche medicee, tra i beni riconosciuti dall’Unesco come patrimonio dell’umanità. Come sappiamo, la villa ospita dal 1865 una scuola anch’essa “storica”, l’Educandato statale della SS. Annunziata, che ha ospitato principessine destinate a diventare regine, nobili ragazzine destinate a regredire allo stato borghese e borghesi che ambivano a diventare nobili, talvolta anche riuscendovi. La scuola, in passato, forse appariva troppo compresa nel suo ieratico isolamento, concedendosi poche volte alla città che vedeva con stupore “le poggioline” sfilare per le eccezionali passeggiate nel centro storico, scese a piedi in fila militaresca,  nella loro divisa quasi monacale che le rendeva alla fine  forse un po’ tristi, come le rappresentò in uno dei suoi quadri più belli il pittore fiorentino Gianni Vagnetti.
Gli anni settanta del secolo scorso cancellarono il passato anche al Poggio: le divise scomparvero e la scuola si aprì anche ai maschi, aggiungendosi alle convittrici studenti e studentesse fiorentini e della provincia, purché versassero una retta a dire il vero  per nulla esosa.
I fiorentini, da parte loro, conoscono poco il Poggio e capita spesso che la gente, anche dell’ambiente scolastico, si dichiari convinta che l’Educandato sia una scuola privata, malgrado, invece, sia una delle scuole statali più antiche, se non addirittura la più antica.
Al Poggio, come si conviene in qualsiasi storica istituzione del nostro Paese è passato di tutto: gente onesta e furfanti, ladri di opere d’arte con evidenti complicità interne e amministratori che si sono intascati, per anni, centinaia di miglia di euro senza che nessuno si preoccupasse di chiederne conto. Docenti quali Matteo Marangoni (il Poggio è stata la prima scuola italiana in cui si sperimentò, proprio con l’allora giovane Marangoni, l’insegnamento della Storia dell’arte), Enzo Faraoni e Luigi Baldacci, tanto per fare i nomi di alcuni grandissimi maestri del Novecento, ma anche  Direttrici e Consiglieri di amministrazione estasiati nel condurre le  bambine e le ragazzine   del Poggio, con bandiere svolazzanti le croci uncinate, ad urlare eccitate “nella sera della loro tregenda”, come la definì Montale, i nomi di Hitler e Mussolini in occasione della loro sfilata fiorentina della primavera del ’38.
Ma dal Poggio è passata anche tanta gente per bene e tra queste mi preme ricordare due nomi, entrambi valtellinesi: Pio Rajna, che per diversi anni e oramai vecchissimo ne fu presidente del Consiglio di amministrazione,  e Maria Patrizi che ne fu, più o meno nello stesso periodo,  direttrice. Del primo “ un esemplare di ciò che fu l’homo sapiens prima che la sapienza fosse peccato” come lo definirà lo stesso Montale,  forse  qualcosa a malapena rimane, almeno nella memoria di coloro che si occupano di Filologia romanza. Dell’altra di sicuro sono tra i pochissimi ad averne memoria, per puro caso e forse solo in virtù della fortuna che mi è caduta addosso nell’avere ricevuto anche l’incarico della  reggenza del Poggio, oltre alla scuola che normalmente dirigo. E per non correre il rischio di rimanere, stavolta per dirla con Ungaretti, il solo a sapere “ancora che visse” vorrei dedicare a lei, a Maria Patrizi, appunto, la festa di questi giorni al Poggio Imperiale. E ricordare che trattò Mussolini, quando questi venne a visitare per la prima volta la figlia Edda, al pari degli altri genitori facendolo  aspettare in sala d’attesa per farlo poi accompagnare dalla portinaia nel suo ufficio. E alla richiesta del dittatore di visitare seduta stante il collegio, oppose un essenziale e  netto rifiuto limitandosi ad allargare le tende della sua finestra per mostrargli le bambine che stavano facendo ricreazione in giardino. Da allora in poi, per il periodo in cui Edda rimase al Poggio (solo per l’anno scolastico 1925-26 )  Mussolini si recherà più volte a trovare la figlia senza tuttavia scendere di macchina attendendo fuori dall’istituto che essa uscisse.
Dieci anni dopo, Maria Patrizi fu cacciata dal Poggio. Oramai scomparso il Rajna e forse evaporato del tutto quello spirito liberale che pur era riuscito a sopravvivere nei primi anni del fascismo, il regime non le perdonò di non aver permesso alle allieve di ascoltare la sera del 9 maggio, in diretta alla radio, il discorso del duce che proclamava la nascita dell’Impero. Alle otto di sera si doveva come sempre cenare e nessun ordine e nessun proclama avrebbe infranto le regole dell’Istituto.
Qualcuno, dall’interno, avvertì a Roma il gerarca di riferimento e la mattina successiva arrivò l’ordine di immediata rimozione e allontanamento entro 24 ore della direttrice, esattamente l'11 maggio di settantotto anni fa, a cui subentrò la sua vice. (Per caso e solo per caso la nostra festa si è svolta proprio l’11 maggio).
Nel registro dei verbali dei Consigli di amministrazione manca quello del mese di maggio del ‘36, e la numerazione delle pagine si interrompe al numero 11, appunto all’ultima pagina del mese precedente. Poi, come se niente fosse accaduto, i verbali ricominciano dal mese di giugno senza più alcuna numerazione e su quello che era successo il mese precedente non compare, da nessuna parte,  un pur minimo riferimento. Pensavano, per dirla con Sciascia, di aver cancellato la loro miserabile azione e invece omettendo di raccontare quanto era accaduto, avevano firmato la loro condanna e confessata la loro appartenenza ad una razza di fanatici lacché, mediocri e ottusi.
Per nostra fortuna, la Storia è fatta anche da persone come Maria Patrizi, una granduchessa della modernità, almeno sul piano etico e morale; un patrimonio anch’esso da non dimenticare.
Valerio Vagnoli

(“Corriere Fiorentino”, 14 maggio 2014)
 

martedì 6 maggio 2014

L’AGGIORNAMENTO: DIRITTO O DOVERE? UN DILEMMA DA SUPERARE RESTITUENDO AI DOCENTI LA DIGNITÀ DI PROFESSIONISTI

Se tu hai una mela e io ho una mela e ce le scambiamo,
tu ed io abbiamo sempre una mela ciascuno.
Ma se tu hai un'idea e io ho un'idea e ce le scambiamo,
allora abbiamo entrambi due idee. 
(George Bernard Shaw)
Il numero 513 di “TuttoscuolaFOCUS” torna sull’obbligo di aggiornamento, che come diritto-dovere esiste sulla carta già da tempo, ma che di recente è stato ribadito come vero e proprio obbligo, almeno relativamente a situazioni particolari, nel decreto legge 104/13, detto “L’istruzione riparte” dall’ex ministro Carrozza e poi confermato nonostante le obbiezioni di parte sindacale. “Tuttoscuola” ritiene però che “nel DNA professionale dei docenti italiani” sia difficile da sradicare l’idea che l’aggiornamento sia un diritto e basta, che poi nei fatti è diventato “il diritto contrattuale di non aggiornarsi”. A conferma, la rivista porta un recente episodio. “La Regione Lazio propone ad una ventina di scuole della capitale un breve ciclo di lezioni tecnico-didattiche sull’uso delle LIM, le lavagne interattive multimediali. Mette a disposizione fior di esperti. Le lezioni sono riservate ad un paio di docenti per scuola, per un massimo di una cinquantina di docenti. Su 50 docenti attesi erano presenti in 5. Lezioni molto ben condotte per un’aula quasi vuota. Che peccato, che spreco”. 
Proprio questo esempio, però, è altamente dimostrativo di quanto poco si cerchi di comprendere questa resistenza. A nessuno infatti è venuto ancora in mente che si dovrebbero interpellare gli stessi insegnanti in merito agli argomenti su cui sentono il bisogno di aggiornarsi, invece di continuare a proporre argomenti che non sono per forza in cima alla lista dei loro interessi. Tutti abbiamo avuto esperienza di corsi inutili e magari anche noiosi; e nel caso specifico, poi, può aver pesato il fatto che di lavagne interattive spesso non ce n'è che una in tutto l'istituto, non esattamente la condizione ideale per motivare i docenti. Ma soprattutto c’è un fondamentale problema di metodo: più volte su questo blog, e da ultimo nel nostro dossier Una grande riforma a portata di mano, abbiamo fatto presente che negli ultimi decenni ci si è sistematicamente rivolti agli insegnanti italiani soltanto come a oggetti passivi di aggiornamento sulle varie mode pedagogiche e didattiche (quelle che tra l’altro hanno inferto colpi durissimi alla scuola italiana), così contribuendo pesantemente a demotivarli. Se è logico considerare la formazione continua un dovere primario di ogni professionista, dovrebbe esserlo altrettanto considerare ogni professionista – docenti inclusi – anche come depositario di competenze e di esperienze potenzialmente utili ai propri pari. Eppure la pratica del lavoro seminariale, tipico delle professioni e della ricerca, è praticamente assente nella scuola italiana, specialmente in quella secondaria. In altre parole, gli insegnanti non vengono considerati, né in genere considerano sé stessi, esperti di didattica della propria materia, mentre vengono presentati come veri esperti una serie di personaggi, che, con le dovute eccezioni, hanno idee molto approssimative su che cosa succeda veramente in una classe. Mettersi intorno a un tavolo e scambiarsi ordinatamente idee e esperienze su un tema di comune interesse (cioè non calato dall’alto) produce invece una serie di effetti positivi. Il primo è quello di rendere possibile la circolazione di un ricco insieme di idee e di esperienze, che, attraverso il confronto e la discussione, contribuiscono alla crescita professionale dei docenti molto più di tante conferenze. A sua volta questo arricchimento reciproco è fortemente motivante per i partecipanti, proprio perché viene data per scontata la loro competenza professionale e la possibilità di essere utili ai colleghi. Inoltre, con il susseguirsi di queste esperienze, si costruisce un gratificante senso di appartenenza a una comunità professionale, all’interno della quale ci si sente sostenuti e potenziati. Infine, attraverso il libero confronto fra diversi approcci agli stessi problemi, si può comprendere in concreto quanto sia importante e feconda la più ampia libertà metodologica e quanto sia necessario difenderla dai ciclici tentativi di imporre un’ortodossia didattica. Naturalmente non si vuole qui invitare all’assoluta autoreferenzialità: non è affatto escluso, infatti, che si senta la necessità di interpellare su qualche argomento un (vero) esperto esterno alla scuola.
Quanto al dilemma diritto-dovere da cui siamo partiti, non è pensabile che, di fronte alla crescente difficoltà del mestiere di insegnante, i docenti in maggioranza non sentano l’esigenza – e magari l’urgenza – di una crescita professionale. È molto probabile che la disponibilità o meno all’aggiornamento dipenda in gran parte dalla percezione della sua effettiva utilità e che le resistenze siano destinate a venire meno nel momento in cui gli insegnanti siano messi in grado di sceglierne i contenuti in base alle proprie esigenze e di esserne protagonisti attivi e non più solo passivi. E il metodo seminariale, come mi conferma l’esperienza personale, possiede per l’appunto queste essenziali caratteristiche. (GR)