domenica 19 agosto 2012
FAR LEZIONE IN TRE TEMPI di Roberto Casati
Da una dozzina d'anni a questa parte uso modicamente le nuove tecnologie per organizzare
parte del mio insegnamento (livello master universitario, corsi di filosofia per studenti di provenienze accademiche svariate). Non parlo soltanto di presentazioni su schermo o di scambi di email, ma dell'organizzazione dei corsi. Per esempio, gli studenti devono leggere ogni settimana un articolo difficiletto e inviare un commento/domanda il giorno prima della lezione a un blog su cui possono anche leggere le domande dei loro colleghi. A lezione passo una parte del tempo a discutere di questi interventi prima di fare una presentazione più formale. La mia lezione cambia in funzione delle domande ricevute. Le domande sono usate per una valutazione continua.
Questa modalità mi permette varie cose: ridimensionare il macigno della lezione frontale, far emergere le voci dei timidi, spezzettare la valutazione, tenere sotto controllo il livello di assorbimento, valorizzare il contributo degli studenti. La soddisfazione è reciproca. Non è male arrivare in classe e trovarsi di fronte studenti che sanno già di che cosa si parlerà, e avendo già localizzato i punti deboli grazie alle domande; si progredisce rapidamente. Alla fine della "lezione" gli studenti hanno fatto ben quattro passaggi per i contenuti: hanno letto, hanno scritto, hanno discusso, e mi hanno sentito esporre. Se dovessi dire perché la cosa funziona citerei soprattutto il design complessivo della situazione, che è estremamente strutturata dal punto di vista dei tempi e dei ruoli di ciascuno. Ha richiesto un vero e proprio progetto.
Il mio è un corso di materie umanistiche. il rapporto con il testo, la discussione e l'espressione scritta sono fondamentali, la tecnologia un semplice blog, riciclato ai miei fini mi permette di saldare questi elementi in un sistema fluido. Non è affatto detto che questo sistema sia esportabile ad altre materie. In un corso di astronomia ha senso presentare direttamente i contenuti con supporti multimediali e modellizzazioni; per esempio usando un "osservatorio virtuale" come Celestia o Stellarìum; non ha senso fare domande su articoli assegnati, e serve invece fare esercizi e autoverifiche. In un corso di statistica può essere utile avere un sistema di voto elettronico immediato per capire le proprietà delle distribuzioni. E via dicendo.
Questo per dire, uno, che non sembra esserci una soluzione "Unica" all'introduzione delle nuove tecnologie nella scuola; due, che comunque si deve lavorare molto al design della situazione di apprendimento in ogni caso singolo. Qui il ruolo dell'insegnante è veramente fondamentale.
Lo studio realizzato dal Censis sui cosiddetti "nativi digitali" a scuola, basato su un questionario che ha interessato duemila studenti e quasi altrettante famiglie in Calabria, presentato a luglio alla Camera dei deputati, da un quadro molto interessante della percezione delle tecnologie da parte di studenti, docenti e genitori. Ora, il dato sulla percezione è sicuramente importante, ma dubito che sia sufficiente. È peraltro molto difficile, mi pare, ottenere dei dati empirici stabili sull'efficacia didattica delle nuove tecnologie, più che sulla loro ricezione (servirebbero degli studi di coorte, non mi risultano per il momento, e per di più il contesto tecnologico è in rapidissima mutazione e la metodologia di ricerca non facile). Ma già così i risultati richiamano qualche commento. Che gli studenti considerino in parte la scuola come "inadeguata" perché l'offerta digitale è modesta, incompetente od obsoleta, mi sembra un elemento da ponderare con grandissima attenzione, e non da accettare come un punto dì partenza irremovibile. Anche perché è fin troppo facile sostituire il dato tecnologico a quello educativo. Pare che oggi non interessi nemmeno più sapere in che modo portare internet o il computer o la lavagna elettronica a scuola migliori la didattica; interessa soltanto sapere se vi sia internet a scuola, o se i docenti usino facebook (con coloriture moralizzanti: «caro insegnante, hai un account facebook e non lo usi, è come se non lo avessi»).
In realtà, la scuola avrebbe tutto da guadagnare da una riflessione sulle sue immense potenzialità non digitali in un mondo digitale. Ma è un discorso lungo, temo. A medio termine, sarebbe già molto importante riflettere sulla distinzione tra "nativi digitali" e "competenti tecnologici". Si può essere digitali di nascita ma restare tutta la vita incantati da una tecnologia dì cui non si comprendono i meccanismi e che viene quindi vissuta in modo quasi magico. Aiutare a comprendere il funzionamento delle architetture informatiche, la ricerca scientifica e tecnologica, le strutture economiche e di potere dietro i prodotti di uso anche più comune (perché compare la sequenza "http://").
( Il Sole 24 ore, Domenica, 19 agosto 2012)
martedì 7 agosto 2012
A LEZIONE DI IMBROGLIO. INTERVISTA A MARCELLO DEI (da "La tecnica della scuola" n.4 del 25 luglio 2012)
In tutto il
volume lei insiste molto sugli aspetti “etici” del copiare. Ma con quali
strumenti concreti la scuola può oggi richiamare gli studenti al “senso del
dovere”?
Nel pubblico come nel privato copiare a scuola è un argomento coperto da una coltre di sottintesi, silenzi, sorrisetti, allusioni. Insomma: è sepolto sotto una valanga d’ipocrisia difficile da rimuovere. Per poter “richiamare gli studenti al senso del dovere” la scuola dovrebbe prima stabilire e proclamare qual è il dovere in questione, l’obbligo morale e giuridico di correttezza e di onestà da rispettare nelle prove di valutazione, e magari dovrebbe spiegarne agli studenti la ragion d’essere. Ciò non accade invece a nessun livello. Non al top dell’istruzione, dove si parla molto di bullismo, ma mai degli imbrogli che frequentemente inficiano le prove di valutazione, dove il ministro (quello attuale come già il suo predecessore) non degna di una risposta il gruppo d’insegnanti e di dirigenti che gli ha richiesto di diffondere la dichiarazione per la correttezza degli esami di Stato promossa dal Gruppo di Firenze. E che respinge l’ipotesi di impiegare dei “radar” anticellulare, da inserire nelle classi durante gli scritti della maturità con una battuta (Beh, io non ho la cultura dei servizi segreti). Parimenti non accade al livello dell’ente preposto alla valutazione del sistema scolastico, l’Invalsi, che nel 2010 si vide costretto a correggere i risultati dei test nazionali degli alunni del Mezzogiorno per le evidenti copiature, ma lo fece senza nominarle, usando pudicamente un eufemismo, “casi di opportunismo” e che, sulla stessa scia, un anno dopo avvertì in due righe di nota a piè di pagina che per fortuna lo sgradevole fenomeno non si era ripetuto. Né il divieto di copiare in classe è sentito dai dirigenti, se è vero che in due casi su tre si sono dichiarati contrari alla proposta di inserirlo nel regolamento dell’istituto. Né, infine, il divieto di copiare ha maggior fortuna tra gli insegnanti. Certamente non fa parte del credo pedagogico dei tanti che hanno rifiutato di sottoscrivere l’appello del Gruppo di Firenze con la battuta: "Ma serve un documento per sottolineare ciò che è ovvio?". In realtà il punto di vista etico degli insegnanti sul copiare in classe è tutt’altro che univoco. Lo attestano le interviste realizzate nell’ambito della nostra ricerca, lo conferma un recente sondaggio da cui apprendiamo che copiare è sempre moralmente condannabile per meno della metà degli insegnanti (44%), mentre per il 40% dipende dai casi e infine per il 15% non è condannabile[1]. In conclusione per la scuola il problema non è di “richiamare gli studenti al senso del dovere”, ma di richiamare gli insegnanti, i dirigenti, l’intero universo scolastico a rivedere il proprio pensiero sulla correttezza, l’onestà, il senso civico. It’s a long way. E poi, chi se ne potrebbe far carico?
Più in generale lei pensa che per contrastare il fenomeno gli studenti debbano essere puniti con severità o piuttosto persuasi a non copiare ?
Prima di esprimere un parere, è bene tenere i piedi per terra e costatare che oggi nella scuola l’uso delle punizioni è improbabile considerando i rapporti di forza esistenti tra studenti e i genitori da un lato e insegnanti e dirigenti dall’altra. Gli uni sono forti del sostegno dell’ideologia consumistica dominante e del loro ruolo di clienti, gli altri figurano come parte debole in termini di prestigio, di legittimazione e di autorità. Sia l’impiego sia il rifiuto di adottare la severità in classe presuppongono entrambi che la regola sia esplicitata, introiettata dagli alunni e magari ragionata e discussa con loro nell’ambito del processo di socializzazione normativa. Che però non c’è. La deresponsabilizzazione dei giovani è la conseguenza di un tipo di socializzazione caratterizzata dall’individualismo e dalla regressione all’infanzia, che certamente contraddicono la complessità sociale e impediscono la formazione partecipa e attiva del cittadino, ma che risulta funzionale alla creazione del consumatore. Gli alunni più piccoli delle elementari e delle medie si chiedono “Copiare a chi nuoce?”. Non capiscono. E la stessa domanda si pongono gli studenti, cioè adolescenti ormai alle soglie della maggiore età, ma infantili (cioè infantilizzati) al pari degli alunni delle elementari e delle medie, ingenui e irriflessivi nel semplificare la società, prigionieri dell’immediatezza, incapaci di dilazionare le ricompense che attendono dal mercato. Si sentono giovani consumatori, non cittadini, non hanno il senso del bene comune. Generalmente si addita il ’68 quale responsabile dell’erosione dell’autorità e del trionfo dell’appagamento immediato del desiderio dimenticando le teorizzazioni e le politiche neoliberiste degli anni ’80, il reaganismo e Margaret Thatcher, che decretarono il primato dell’individuo, del privato, della deregulation, del consumo, della sua ideologia, della sua cultura.
Secondo lei farebbero bene le scuole a inserire nei propri regolamenti norme specifiche dirette a contrastare la copiatura nelle sue diverse forme?
Come abbiamo visto, la maggioranza dei dirigenti scolastici è contraria a inserire nei propri regolamenti norme specifiche dirette a contrastare la copiatura nelle sue diverse forme. Tuttavia in alcune scuole l’introduzione del divieto nel regolamento d’istituto è stata realizzata e sarebbe bene osservare se e come funziona. La concezione dominante del copiare che accomuna dirigenti, insegnanti e genitori, non contempla un divieto esplicito, ma semmai un accomodante “vietatino” che i gestori dell’istruzione nazionale hanno dato prova fin qui di condividere. Esistono, beninteso, delle minoranze di docenti che si rifanno a parametri diversi il cui profilo è analogo a quello dell’etica protestante secolarizzata imperniato su lavoro, partecipazione, impegno personale, merito e sul senso di appartenenza alla collettività. Valori e modelli di comportamento tipici della società capitalistica produttiva, ormai da decenni dissonanti rispetto ai criteri e agli orientamenti della società burocratica, dell’economia finanziarizzata, del consumo di massa. Nel corpo docente esistono nicchie critiche, virtuose, anche numericamente consistenti. Sono potenziali fucine di cittadini, ma che da sole difficilmente riusciranno a espandersi e a innescare un cambiamento culturale di larga portata.
La vostra ricerca dimostra che – in linea generale – il fenomeno del copiare è trasversale e distribuito uniformemente o quasi su tutto il territorio nazionale. Che spiegazione lei dà a questo dato?
Le tendenze culturali in cui s’iscrive il fenomeno del copiare a scuola sono comuni a tutti i paesi che condividono le condizioni economiche di base di un capitalismo finanziario, burocratizzato e del consumo di massa. Le differenze territoriali interne che si riscontrano in Italia dipendono dalle specifiche vicende storiche, per non dire anche del c.d. “carattere nazionale”. Il nostro Paese è culturalmente più omogeneo di quanto alcuni pensano. La furbizia, la rete parentale e clientelare, le raccomandazioni e la propensione all’accomodamento sono un retaggio nazionale comune, pur se diversamente dosato nelle diverse aree della penisola. Il Mezzogiorno è notoriamente più fragile del resto del Paese in materia di senso civico, nella scuola i 100 e lode alla maturità sono più frequenti, così come i “casi di opportunismo” nelle prove di valutazione. Nell’ambito della tendenza dominante a ricorrere alla pratica del copiare e a “depenalizzarla”, gli alunni della primaria e della media inferiore del Mezzogiorno si danno da fare più dei loro compagni del Centro-nord. La situazione si rovescia, curiosamente, tra gli studenti delle superiori, con le scolaresche del Sud che mostrano addirittura di avere uno spicciolo di rispetto per la legalità in più in confronto agli altri.
Lei non pensa che un adolescente che copia possa farlo anche per motivi psicologici e cioè, per esempio, per insicurezza o comunque per il timore di “non farcela”?
Alle ragioni di tal genere potremmo aggiungerne a buon diritto delle altre anche più drammatiche, come ad esempio i c.d. blocchi psicologici, le fobie e le crisi di panico. Se talora accade che copiare il compito o la prova d’esame sia la risposta a un sintomo di disagio e di difficoltà psicologiche, non è certo lasciando copiare l’alunno che si cura la sindrome, così come ai cleptomani non si rilascia una licenza di rubare. E ben venga una fuggevole sbirciata al compito del compagno se può servire da starter. Spetta agli educatori, a scuola e a casa, diagnosticare lo stato delle cose e predisporre interventi diretti a risolvere il problema dell’alunno. Nella maggioranza dei casi è ragionevole pensare che le radici delle copiature e degli imbrogli non risiedano nel profondo della psiche, il grosso dei copiatori va dritto al sodo senza nutrire troppi patemi d’animo. C’è da aggiungere tuttavia che il fenomeno si accentua quando il sistema scolastico trabocca di prove, quando la valutazione diventa ossessiva a scapito delle finalità educative della scuola e le stesse mete di tenore cognitivo si contraggono e si impoveriscono per concentrarsi sul “sapere dei test”.
Per concludere mi permetta una domanda impertinente. Ma lei, da studente, non ha mai copiato ?
Ho copiato saltuariamente al liceo, in perfetta coscienza del significato del gesto. Una consapevolezza che del resto era resa ovvia dall’ineluttabile punizione che seguiva lo smascheramento dell’imbroglio.
A cura di Reginaldo Palermo.
Nel pubblico come nel privato copiare a scuola è un argomento coperto da una coltre di sottintesi, silenzi, sorrisetti, allusioni. Insomma: è sepolto sotto una valanga d’ipocrisia difficile da rimuovere. Per poter “richiamare gli studenti al senso del dovere” la scuola dovrebbe prima stabilire e proclamare qual è il dovere in questione, l’obbligo morale e giuridico di correttezza e di onestà da rispettare nelle prove di valutazione, e magari dovrebbe spiegarne agli studenti la ragion d’essere. Ciò non accade invece a nessun livello. Non al top dell’istruzione, dove si parla molto di bullismo, ma mai degli imbrogli che frequentemente inficiano le prove di valutazione, dove il ministro (quello attuale come già il suo predecessore) non degna di una risposta il gruppo d’insegnanti e di dirigenti che gli ha richiesto di diffondere la dichiarazione per la correttezza degli esami di Stato promossa dal Gruppo di Firenze. E che respinge l’ipotesi di impiegare dei “radar” anticellulare, da inserire nelle classi durante gli scritti della maturità con una battuta (Beh, io non ho la cultura dei servizi segreti). Parimenti non accade al livello dell’ente preposto alla valutazione del sistema scolastico, l’Invalsi, che nel 2010 si vide costretto a correggere i risultati dei test nazionali degli alunni del Mezzogiorno per le evidenti copiature, ma lo fece senza nominarle, usando pudicamente un eufemismo, “casi di opportunismo” e che, sulla stessa scia, un anno dopo avvertì in due righe di nota a piè di pagina che per fortuna lo sgradevole fenomeno non si era ripetuto. Né il divieto di copiare in classe è sentito dai dirigenti, se è vero che in due casi su tre si sono dichiarati contrari alla proposta di inserirlo nel regolamento dell’istituto. Né, infine, il divieto di copiare ha maggior fortuna tra gli insegnanti. Certamente non fa parte del credo pedagogico dei tanti che hanno rifiutato di sottoscrivere l’appello del Gruppo di Firenze con la battuta: "Ma serve un documento per sottolineare ciò che è ovvio?". In realtà il punto di vista etico degli insegnanti sul copiare in classe è tutt’altro che univoco. Lo attestano le interviste realizzate nell’ambito della nostra ricerca, lo conferma un recente sondaggio da cui apprendiamo che copiare è sempre moralmente condannabile per meno della metà degli insegnanti (44%), mentre per il 40% dipende dai casi e infine per il 15% non è condannabile[1]. In conclusione per la scuola il problema non è di “richiamare gli studenti al senso del dovere”, ma di richiamare gli insegnanti, i dirigenti, l’intero universo scolastico a rivedere il proprio pensiero sulla correttezza, l’onestà, il senso civico. It’s a long way. E poi, chi se ne potrebbe far carico?
Più in generale lei pensa che per contrastare il fenomeno gli studenti debbano essere puniti con severità o piuttosto persuasi a non copiare ?
Prima di esprimere un parere, è bene tenere i piedi per terra e costatare che oggi nella scuola l’uso delle punizioni è improbabile considerando i rapporti di forza esistenti tra studenti e i genitori da un lato e insegnanti e dirigenti dall’altra. Gli uni sono forti del sostegno dell’ideologia consumistica dominante e del loro ruolo di clienti, gli altri figurano come parte debole in termini di prestigio, di legittimazione e di autorità. Sia l’impiego sia il rifiuto di adottare la severità in classe presuppongono entrambi che la regola sia esplicitata, introiettata dagli alunni e magari ragionata e discussa con loro nell’ambito del processo di socializzazione normativa. Che però non c’è. La deresponsabilizzazione dei giovani è la conseguenza di un tipo di socializzazione caratterizzata dall’individualismo e dalla regressione all’infanzia, che certamente contraddicono la complessità sociale e impediscono la formazione partecipa e attiva del cittadino, ma che risulta funzionale alla creazione del consumatore. Gli alunni più piccoli delle elementari e delle medie si chiedono “Copiare a chi nuoce?”. Non capiscono. E la stessa domanda si pongono gli studenti, cioè adolescenti ormai alle soglie della maggiore età, ma infantili (cioè infantilizzati) al pari degli alunni delle elementari e delle medie, ingenui e irriflessivi nel semplificare la società, prigionieri dell’immediatezza, incapaci di dilazionare le ricompense che attendono dal mercato. Si sentono giovani consumatori, non cittadini, non hanno il senso del bene comune. Generalmente si addita il ’68 quale responsabile dell’erosione dell’autorità e del trionfo dell’appagamento immediato del desiderio dimenticando le teorizzazioni e le politiche neoliberiste degli anni ’80, il reaganismo e Margaret Thatcher, che decretarono il primato dell’individuo, del privato, della deregulation, del consumo, della sua ideologia, della sua cultura.
Secondo lei farebbero bene le scuole a inserire nei propri regolamenti norme specifiche dirette a contrastare la copiatura nelle sue diverse forme?
Come abbiamo visto, la maggioranza dei dirigenti scolastici è contraria a inserire nei propri regolamenti norme specifiche dirette a contrastare la copiatura nelle sue diverse forme. Tuttavia in alcune scuole l’introduzione del divieto nel regolamento d’istituto è stata realizzata e sarebbe bene osservare se e come funziona. La concezione dominante del copiare che accomuna dirigenti, insegnanti e genitori, non contempla un divieto esplicito, ma semmai un accomodante “vietatino” che i gestori dell’istruzione nazionale hanno dato prova fin qui di condividere. Esistono, beninteso, delle minoranze di docenti che si rifanno a parametri diversi il cui profilo è analogo a quello dell’etica protestante secolarizzata imperniato su lavoro, partecipazione, impegno personale, merito e sul senso di appartenenza alla collettività. Valori e modelli di comportamento tipici della società capitalistica produttiva, ormai da decenni dissonanti rispetto ai criteri e agli orientamenti della società burocratica, dell’economia finanziarizzata, del consumo di massa. Nel corpo docente esistono nicchie critiche, virtuose, anche numericamente consistenti. Sono potenziali fucine di cittadini, ma che da sole difficilmente riusciranno a espandersi e a innescare un cambiamento culturale di larga portata.
La vostra ricerca dimostra che – in linea generale – il fenomeno del copiare è trasversale e distribuito uniformemente o quasi su tutto il territorio nazionale. Che spiegazione lei dà a questo dato?
Le tendenze culturali in cui s’iscrive il fenomeno del copiare a scuola sono comuni a tutti i paesi che condividono le condizioni economiche di base di un capitalismo finanziario, burocratizzato e del consumo di massa. Le differenze territoriali interne che si riscontrano in Italia dipendono dalle specifiche vicende storiche, per non dire anche del c.d. “carattere nazionale”. Il nostro Paese è culturalmente più omogeneo di quanto alcuni pensano. La furbizia, la rete parentale e clientelare, le raccomandazioni e la propensione all’accomodamento sono un retaggio nazionale comune, pur se diversamente dosato nelle diverse aree della penisola. Il Mezzogiorno è notoriamente più fragile del resto del Paese in materia di senso civico, nella scuola i 100 e lode alla maturità sono più frequenti, così come i “casi di opportunismo” nelle prove di valutazione. Nell’ambito della tendenza dominante a ricorrere alla pratica del copiare e a “depenalizzarla”, gli alunni della primaria e della media inferiore del Mezzogiorno si danno da fare più dei loro compagni del Centro-nord. La situazione si rovescia, curiosamente, tra gli studenti delle superiori, con le scolaresche del Sud che mostrano addirittura di avere uno spicciolo di rispetto per la legalità in più in confronto agli altri.
Lei non pensa che un adolescente che copia possa farlo anche per motivi psicologici e cioè, per esempio, per insicurezza o comunque per il timore di “non farcela”?
Alle ragioni di tal genere potremmo aggiungerne a buon diritto delle altre anche più drammatiche, come ad esempio i c.d. blocchi psicologici, le fobie e le crisi di panico. Se talora accade che copiare il compito o la prova d’esame sia la risposta a un sintomo di disagio e di difficoltà psicologiche, non è certo lasciando copiare l’alunno che si cura la sindrome, così come ai cleptomani non si rilascia una licenza di rubare. E ben venga una fuggevole sbirciata al compito del compagno se può servire da starter. Spetta agli educatori, a scuola e a casa, diagnosticare lo stato delle cose e predisporre interventi diretti a risolvere il problema dell’alunno. Nella maggioranza dei casi è ragionevole pensare che le radici delle copiature e degli imbrogli non risiedano nel profondo della psiche, il grosso dei copiatori va dritto al sodo senza nutrire troppi patemi d’animo. C’è da aggiungere tuttavia che il fenomeno si accentua quando il sistema scolastico trabocca di prove, quando la valutazione diventa ossessiva a scapito delle finalità educative della scuola e le stesse mete di tenore cognitivo si contraggono e si impoveriscono per concentrarsi sul “sapere dei test”.
Per concludere mi permetta una domanda impertinente. Ma lei, da studente, non ha mai copiato ?
Ho copiato saltuariamente al liceo, in perfetta coscienza del significato del gesto. Una consapevolezza che del resto era resa ovvia dall’ineluttabile punizione che seguiva lo smascheramento dell’imbroglio.
[1] R. Chiappini M. Dei, L’etica
a scuola. Copiare in classe: tre domande agli insegnanti e quattro ai dirigenti
in “Nuova Secondaria” (la pubblicazione è prevista per il mese di settembre
2012).
domenica 22 luglio 2012
L'ERRORE DI MINIMIZZARE SUL RISPETTO DELLE REGOLE
Il direttore del "Corriere Fiorentino" Paolo Ermini dedica l'editoriale di oggi (Diritti e Rovesci) al declino delle regole. A Firenze, ma con considerazioni valide per gran parte del nostro paese.
Oggi dedichiamo il primo piano al declino delle regole. Non ai principii di convivenza civile, ma sulla loro quotidiana, sistematica violazione in una città come Firenze, che pur ha una storia intessuta di maturità e partecipazione civile. Le conquiste del passato non bastano a garantire il presente: l'analfabetismo di ritorno, che assedia l'Italia più di altri Paesi occidentali, non ci risparmia. E semina a piene mani la mala educazione, che non è uno strappo alle buone maniere ma la fabbrica delle grandi e piccole illegalità.
È una questione di diritto al rispetto reciproco, collante di ogni società libera. In città siamo messi maluccio da questo punto di vista, ammette la comandante dei vigili fiorentini, Antonella Manzione. Ebbene, nella diagnosi c'è anche il possibile rimedio: se troppi fanno i furbi, c'è bisogno che qualcuno glielo faccia capire. Magari con le buone, prima, e poi con le cattive. Sì, servono più controlli e più controllori. E facciamola finita con le retoriche tardosessantottine sui pericoli della città militarizzata. Qui nessuno invoca carri armati o autoblindo, ma — semplicemente — la difesa di tutti dalle prevaricazioni. Minimizzare è un errore, un errore molto grave. Si parte da un divieto di sosta ignorato e, su su, si sale nella scala dell'imbarbarimento sociale, quasi senza accorgersene. Con effetti, talora, sconcertanti.
Negli ultimi giorni la sinistra chic che anima con le sue chiacchiere i salotti cittadini sembra essersi accorta che il degrado ha superato il livello di guardia. Ma per non contraddirsi, dopo aver accusato di oscurantismo chiunque osasse obiettare sugli eccessi delle notti fiorentine, ha indirizzato i suoi strali verso quei poveracci di barboni che abitano la zona della stazione, prontamente allontanati da agenti delle forze dell'ordine (solo per qualche ora, comunque, tanto per fare un po' di scena e accontentare i parvenus del decoro). Meglio esser chiari: la povertà non è un insulto. E quando si parla di battaglia contro il degrado noi non chiediamo severità con l'umanità più dolente, ma per i cretini che trattano il prossimo come un intollerabile intralcio alla loro libertà e questa nostra Firenze come un cortile da usare per bere, suonare, berciare e pisciare. A proprio piacimento. Altro che la città della bellezza artistica e morale di cui tanto ama parlare il sindaco (quando ancora si aggira in città).
Paolo Ermini
Oggi dedichiamo il primo piano al declino delle regole. Non ai principii di convivenza civile, ma sulla loro quotidiana, sistematica violazione in una città come Firenze, che pur ha una storia intessuta di maturità e partecipazione civile. Le conquiste del passato non bastano a garantire il presente: l'analfabetismo di ritorno, che assedia l'Italia più di altri Paesi occidentali, non ci risparmia. E semina a piene mani la mala educazione, che non è uno strappo alle buone maniere ma la fabbrica delle grandi e piccole illegalità.
È una questione di diritto al rispetto reciproco, collante di ogni società libera. In città siamo messi maluccio da questo punto di vista, ammette la comandante dei vigili fiorentini, Antonella Manzione. Ebbene, nella diagnosi c'è anche il possibile rimedio: se troppi fanno i furbi, c'è bisogno che qualcuno glielo faccia capire. Magari con le buone, prima, e poi con le cattive. Sì, servono più controlli e più controllori. E facciamola finita con le retoriche tardosessantottine sui pericoli della città militarizzata. Qui nessuno invoca carri armati o autoblindo, ma — semplicemente — la difesa di tutti dalle prevaricazioni. Minimizzare è un errore, un errore molto grave. Si parte da un divieto di sosta ignorato e, su su, si sale nella scala dell'imbarbarimento sociale, quasi senza accorgersene. Con effetti, talora, sconcertanti.
Negli ultimi giorni la sinistra chic che anima con le sue chiacchiere i salotti cittadini sembra essersi accorta che il degrado ha superato il livello di guardia. Ma per non contraddirsi, dopo aver accusato di oscurantismo chiunque osasse obiettare sugli eccessi delle notti fiorentine, ha indirizzato i suoi strali verso quei poveracci di barboni che abitano la zona della stazione, prontamente allontanati da agenti delle forze dell'ordine (solo per qualche ora, comunque, tanto per fare un po' di scena e accontentare i parvenus del decoro). Meglio esser chiari: la povertà non è un insulto. E quando si parla di battaglia contro il degrado noi non chiediamo severità con l'umanità più dolente, ma per i cretini che trattano il prossimo come un intollerabile intralcio alla loro libertà e questa nostra Firenze come un cortile da usare per bere, suonare, berciare e pisciare. A proprio piacimento. Altro che la città della bellezza artistica e morale di cui tanto ama parlare il sindaco (quando ancora si aggira in città).
Paolo Ermini
sabato 21 luglio 2012
C'È VERAMENTE DEMOCRAZIA IN UNA SOCIETÀ CHE HA SOLO DIRITTI E NESSUN DOVERE?
Maurizio Viròli, docente di Teoria politica a Princeton e autore di una bella e fortunata biografia di Machiavelli per Laterza (Il sorriso di Niccolò), ha pubblicato nel 2008 L'Italia dei doveri, un volumetto sull'importanza del senso del dovere come fondamento ineliminabile dei diritti e per la tenuta di qualsiasi società che voglia essere libera e giusta.
Ne pubblichiamo due passi che riguardano esplicitamente il rapporto tra senso del dovere e educazione.
Una delle frontiere dei diritti che siamo ben lontani dall'aver conquistato è la difesa effettiva dei diritti dei bambini contro la malvagità, la perversione e la stupidità dei genitori. Ma da questo deriva che i figli non hanno doveri? La regola generale che l'individuo che ha soltanto diritti diventa un tiranno vale anche per i figli. Impossibile e impensabile fino a una o due generazioni addietro, la figura del figlio-tiranno è diventata una realtà del nostro tempo. Del tutto simile all'adulto-tiranno, il figlio-tiranno è convinto che tutto gli sia dovuto ed egli non debba nulla ad alcuno; non conosce limiti al desiderio di possedere ed è invece posseduto da un desiderio insaziabile di affermare la propria superiorità nei confronti degli altri - vedi bullismo imperante nelle scuole; la sua parola preferita è "io"; sa cogliere con impressionante abilità le debolezze dei genitori e volgerle a proprio vantaggio; ritiene che le regole valgano per gli altri ma non per lui, e si fa anzi vanto di violarle; è capace di ogni sorta di abusi e di vere e proprie crudeltà (pp. 128-29).
Ma a guardar meglio ci accorgiamo che ci sono ancora persone che si sforzano di educare dei cittadini. Molti di loro sono insegnanti, e nonostante la pervicace volontà di ministri, amministratori e genitori di distruggere la scuola, continuano, per senso del dovere, ad educare dei cittadini. Se dovessi indicare un'istituzione da dove può venire un contributo forte alla rinascita civile indicherei proprio la scuola, nonostante tutto (p. 147).
Ne pubblichiamo due passi che riguardano esplicitamente il rapporto tra senso del dovere e educazione.
Una delle frontiere dei diritti che siamo ben lontani dall'aver conquistato è la difesa effettiva dei diritti dei bambini contro la malvagità, la perversione e la stupidità dei genitori. Ma da questo deriva che i figli non hanno doveri? La regola generale che l'individuo che ha soltanto diritti diventa un tiranno vale anche per i figli. Impossibile e impensabile fino a una o due generazioni addietro, la figura del figlio-tiranno è diventata una realtà del nostro tempo. Del tutto simile all'adulto-tiranno, il figlio-tiranno è convinto che tutto gli sia dovuto ed egli non debba nulla ad alcuno; non conosce limiti al desiderio di possedere ed è invece posseduto da un desiderio insaziabile di affermare la propria superiorità nei confronti degli altri - vedi bullismo imperante nelle scuole; la sua parola preferita è "io"; sa cogliere con impressionante abilità le debolezze dei genitori e volgerle a proprio vantaggio; ritiene che le regole valgano per gli altri ma non per lui, e si fa anzi vanto di violarle; è capace di ogni sorta di abusi e di vere e proprie crudeltà (pp. 128-29).
Ma a guardar meglio ci accorgiamo che ci sono ancora persone che si sforzano di educare dei cittadini. Molti di loro sono insegnanti, e nonostante la pervicace volontà di ministri, amministratori e genitori di distruggere la scuola, continuano, per senso del dovere, ad educare dei cittadini. Se dovessi indicare un'istituzione da dove può venire un contributo forte alla rinascita civile indicherei proprio la scuola, nonostante tutto (p. 147).
mercoledì 18 luglio 2012
DRAMMATICAMENTE URGENTE UNA SVOLTA A FAVORE DELLA FORMAZIONE PROFESSIONALE
Ogni anno in questo periodo i giornali
tornano ad occuparsi della formazione professionale in virtù dei dati che
annualmente la CGIA di Mestre (associazione degli artigiani e delle piccole
imprese) rende pubblici e che confermano una volta di più che decine e decine
di migliaia di posti di lavoro non potranno essere coperti perché mancano
giovani preparati a farlo. Paradossalmente questa situazione caratterizza anche
un periodo contrassegnato dalla più grave crisi economica dal dopoguerra ad
oggi. Ancora una volta non ci resta che constatare come nessuno tra i
responsabili della politica scolastica, sia regionale che nazionale, esprima
una qualsiasi riflessione sull’opportunità di cambiare qualcosa nel sistema
della formazione professionale.
Sul “Corriere della sera” di lunedì 16
luglio si potevano leggere in merito ben due articoli su un problema destinato
ad aggravarsi se qualcuno non si decide a prendere decisioni rapide e lontane
dallo spirito che ha dettato a molte regioni la politica relativa alla formazione
professionale. Come ho scritto più volte, una certa pedagogia di stampo social
populista, che ha trovato salde sponde nella gran parte dei politici che a
livello locale e nazionale si sono occupati e si occupano di scuola, ha pensato
che fosse giusto estendere a tutti gli indirizzi di studio un’impronta liceale.
Secondo questa impostazione, solo con quel tipo di formazione saremo in grado
di fornire ai futuri cittadini senso critico, autonomia nelle scelte e
opportunità per rendere il loro futuro migliore rispetto a quello dei loro
padri. Chi ha sostenuto questa macroscopica sciocchezza (che corrisponde anche alle paure storiche di
certa nostra piccola borghesia, timorosa di dover tornare ad essere “gente
meccanica”) spesso si è richiamato al pensiero di don Milani, ignorando,
tuttavia, che proprio la scuola di Barbiana, salvo l’ultimissimo periodo in cui
si pensò che qualche allievo sarebbe potuto diventare maestro elementare, era
una scuola professionale e i suoi allievi venivano avvicinati alle professioni
fin da piccoli, anche perché i mestieri, l’arte che si cela dentro e dietro
essi, si imparano ben prima dei vent’anni e magari ben prima di aver fallito
altri percorsi.
Ma il danno è stato fatto ed è
purtroppo destinato a durare a lungo, perché l’aver cancellato quasi del tutto
la nostra straordinaria tradizione dei mestieri ha contribuito a consolidare
nell’opinione pubblica il concetto che i lavori artigianali e manuali sono
destinati agli sfigati, ai buoni a nulla e ai falliti. Quando si parla di
successo formativo s’intende sempre ed inequivocabilmente un successo da
conquistare dietro i banchi di scuola e non, per esempio, dietro i banchi di un
laboratorio artigianale.
La Regione toscana, al pari di altre
regioni italiane, ha deciso di far adempiere l’obbligo scolastico
esclusivamente all’interno del canale dell’istruzione, riservando solo ai
pluriripetenti che abbiano compiuto i sedici anni la possibilità frequentare
corsi professionalizzanti per allievi in situazione di drop-out, peraltro a numero
chiuso vista la scarsezza dei fondi. Ovviamente una scelta del genere
squalifica ancora di più le professioni storiche della nostra tradizione e
della nostra economia. Di per sé, a farci quasi vergognare dei lavori manuali
aveva già ampiamente contribuito il contesto storico-sociale che ci accompagna
da qualche decennio e che rapidamente ha portato gran parte delle persone a
rincorrere modelli sociali tipici dei parvenu
piuttosto che realmente ispirati alle proprie vocazioni.
Durante il recentissimo esame di
stato, avevo incaricato la segreteria del mio Istituto di inviare una lettera
ai ragazzi pluriripetenti e respinti anche agli scrutini di giugno, per
avvisarli che potevano iscriversi, appunto, ad uno dei corsi professionali
della Regione che partiranno dal prossimo settembre. In questo modo i ragazzi
in questione potrebbero acquisire una qualifica professionale e, dopo due anni,
entrare in un percorso lavorativo o, in alternativa, rientrare nel canale
dell’istruzione. Al mio rientro dall’esame, le impiegate mi hanno detto che
alcuni genitori avevano telefonato indignati, ritenendosi offesi per la lettera
che, secondo loro, certificava come la scuola ritenesse scarsamente
intelligenti i loro figli e quindi inadatti a un percorso scolastico finalizzato
al diploma quinquennale di Istituto professionale. Un percorso che, sia detto
tra noi, in parte viene scelto perché ritenuto più semplice rispetto ai tecnici
e ai licei, al fine di conseguire un diploma di scuola superiore. Non a caso,
malgrado ogni anno dagli istituti alberghieri esca un numero molto alto di
diplomati, sappiamo che moltissimi di loro, dopo il diploma, fanno scelte del
tutto diverse rispetto all’indirizzo seguito. Infatti i settori della
ristorazione e dell’ospitalità alberghiera sono tra quelli che hanno il maggior
numero di occupati stranieri e malgrado ciò i posti disponibili a livello
nazionale sono ancora decine di migliaia.
Pur essendo in linea di massima
d’accordo con chi sostiene che le disuguaglianze sociali sono ancora oggi in gran
parte responsabili delle disuguaglianze scolastiche, ci aspetteremmo nel
frattempo che dei politici veri, cioè attenti alla realtà effettuale della
storia e della società, prendessero atto della drammaticità di una situazione
che vede nelle prime e nelle seconde classi dei professionali tassi altissimi
di dispersione scolastiche. Chi ha a cuore il futuro dei ragazzi deve ad ogni
costo essere consapevole che nulla è più diseducativo dell’accanimento nei
confronti di giovani che vorrebbero altri risultati e altra formazione che non
quella che li porta ineluttabilmente alla bocciatura e alla frustrazione; una
frustrazione a cui reagiscono come possono, magari trasformando le aule in sale
giochi, angoli di giardino pubblico o in siparietti degni della peggiore
televisione (che purtroppo essi conoscono assai bene), a danno non solo di se
stessi, ma anche dei compagni e dei docenti.
L’ ultimo numero di Scuola Democratica
si apre con una interessante intervista a Francois Dubet, all’interno della
quale compaiono dei riferimenti anche alla formazione professionale. Dubet, tra
l’altro, mette in risalto, come fa anche il Corriere, la bontà del sistema
professionale tedesco rispetto a quello francese. Il primo permette a chi perde
“la partita scolastica” di “vincere la partita professionale”, mentre in
Francia “chi perde la partita scolastica, ha perso tutte le partite…”.
Esattamente come avviene nella maggior parte delle regioni italiane.
Ecco, a noi piace pensare che i
ragazzi abbiano diritto di non perdere tutte le partite e che possano sperare
di cambiare in meglio il loro futuro anche attraverso una seria formazione
professionale, talmente seria da poter garantire vere e proprie eccellenze
anche attraverso corsi di alta formazione professionale post-diploma.
Non è con l’attuale sistema ingessato
e assistenziale (ah, come piace in Italia sentirsi, piuttosto che esserlo, dei
buoni) che possiamo sperare di veder crescere il numero dei ragazzi contenti
delle proprie scelte e fiduciosi nel loro futuro. Mi sembra davvero opportuno
condividere con Dubet la consapevolezza che più “si diversificano i giochi (e
più) la gente perderà di meno e non saranno sempre gli stessi a perdere né gli
stessi a vincere”. (Valerio Vagnoli)
giovedì 5 luglio 2012
CORRETTEZZA DEGLI ESAMI, L'ADESIONE DI MASSIMO DI MENNA (UIL SCUOLA)
15 giugno 2012
Esprimo la piena condivisione, mia e della Uil Scuola, nei confronti di una iniziativa che dà valore all’impegno nello studio. Sosteniamo da sempre che la scuola deve essere accogliente, ma vogliamo anche sottolineare l’esigenza di una scuola sede di studio rigoroso. Ricerca e innovazione richiedono una solida formazione di base. La cultura è fondamentale per l’esercizio delle libertà civili, per la formazione di uno spirito critico e di ricerca, condizioni essenziali per il progresso scientifico e tecnologico.
Massimo Di Menna
Segretario generale Uil Scuola
Esprimo la piena condivisione, mia e della Uil Scuola, nei confronti di una iniziativa che dà valore all’impegno nello studio. Sosteniamo da sempre che la scuola deve essere accogliente, ma vogliamo anche sottolineare l’esigenza di una scuola sede di studio rigoroso. Ricerca e innovazione richiedono una solida formazione di base. La cultura è fondamentale per l’esercizio delle libertà civili, per la formazione di uno spirito critico e di ricerca, condizioni essenziali per il progresso scientifico e tecnologico.
Massimo Di Menna
Segretario generale Uil Scuola
mercoledì 4 luglio 2012
DA BARBIANA UN'ALTRA LETTERA: QUESTA VOLTA ALLE MAESTRE DI PONTREMOLI
“Se un operaio sbaglia il 25 per cento dei pezzi, la colpa non è dei pezzi non riusciti, ma dell’operaio che quanto meno viene sanzionato”. Questa è la conclusione di Michele Gesualdi, che presiede la Fondazione intitolata al priore di Barbiana, a proposito delle maestre di Pontremoli, responsabili della bocciatura di cinque bambini. Ci rimane difficile paragonare il lavoro delle maestre a quello di un operaio che sforna pezzi ben fatti o malriusciti. E stupisce che proprio un allievo di Don Milani non capisca quanto è offensivo per i bambini questo paragone e quanto estraneo alla complessità di una relazione educativa. Ma quello che stona di più, in questa dichiarazione perentoria, è l’assoluta mancanza di qualsiasi sforzo finalizzato a capire le motivazioni di una scelta che può essere vissuta e interpretata come dolorosa, ma che può anche diventare un’occasione per non trascinarsi dietro importanti carenze di base.
Ma l’indignazione degli eredi di Don Milani (almeno del gruppo che ha la sua sede nella canonica di Barbiana), va oltre. Essi, a conclusione di un convegno che celebrava i 45 anni dalla scomparsa del priore, hanno deciso di inviare una lettera alle maestre firmata Gianni, a significare che i loro allievi bocciati saranno destinati per colpa loro a diventare dei “vinti”, come quel Gianni che ispirò la famosa Lettera a una professoressa.
E come allora torna utile individuare un nemico per dare forza alle proprie asserzioni. Stavolta sono le maestre di Pontremoli, decenni fa lo fu una professoressa delle magistrali. Sul Monte Giovi il tempo sembra essersi fermato. All’analisi pacata e civile si sostituisce la crociata, perché il nemico dà un significato alla nostra resistenza nella canonica-fortezza di Barbiana. Ma a volte ci si difende anche da se stessi, cioè da una possibile rielaborazione del mito fondativo e quindi dalla possibilità di diventare qualcos’altro e qualcosa di nuovo rispetto all’esperienza di tanti decenni fa.
Infine un invito ai “ragazzi” di Don Milani. Per testimonianze ricevute direttamente da alcuni conoscenti e amici, per quello che si legge o si percepisce dalla lettura di molte pagine sull’esperienza della scuola di Barbiana, risulta evidente che moltissimi ragazzi e bambini abbandonarono la scuola del priore. Ci piacerebbe che qualcuno si occupasse di questo aspetto, non marginale per una scuola che si celebrava e si celebra come modello di scuola che non perde nessuno. Da parte nostra una riflessione molto banale e semplice ci sentiamo di farla. La scuola, il lavoro degli insegnanti, di quelli veri naturalmente, e in particolare la fatica delle maestre, non porta sempre ad ottenere quello che si auspica. Quando ciò non avviene è opportuno cercare di capire perché sia accaduto. Le lettere di accusa, le campagne di denigrazione, i j’accuse lasciamoli al passato. Oggi ci dovremmo muovere con attenzione costante alla verità dei fatti e con rispetto nei confronti delle persone coinvolte. Possiamo far valere anche nella scuola la presunzione di innocenza fino a prova contraria? (VV)
Leggi l'articolo su "Avvenire".
Ma l’indignazione degli eredi di Don Milani (almeno del gruppo che ha la sua sede nella canonica di Barbiana), va oltre. Essi, a conclusione di un convegno che celebrava i 45 anni dalla scomparsa del priore, hanno deciso di inviare una lettera alle maestre firmata Gianni, a significare che i loro allievi bocciati saranno destinati per colpa loro a diventare dei “vinti”, come quel Gianni che ispirò la famosa Lettera a una professoressa.
E come allora torna utile individuare un nemico per dare forza alle proprie asserzioni. Stavolta sono le maestre di Pontremoli, decenni fa lo fu una professoressa delle magistrali. Sul Monte Giovi il tempo sembra essersi fermato. All’analisi pacata e civile si sostituisce la crociata, perché il nemico dà un significato alla nostra resistenza nella canonica-fortezza di Barbiana. Ma a volte ci si difende anche da se stessi, cioè da una possibile rielaborazione del mito fondativo e quindi dalla possibilità di diventare qualcos’altro e qualcosa di nuovo rispetto all’esperienza di tanti decenni fa.
Infine un invito ai “ragazzi” di Don Milani. Per testimonianze ricevute direttamente da alcuni conoscenti e amici, per quello che si legge o si percepisce dalla lettura di molte pagine sull’esperienza della scuola di Barbiana, risulta evidente che moltissimi ragazzi e bambini abbandonarono la scuola del priore. Ci piacerebbe che qualcuno si occupasse di questo aspetto, non marginale per una scuola che si celebrava e si celebra come modello di scuola che non perde nessuno. Da parte nostra una riflessione molto banale e semplice ci sentiamo di farla. La scuola, il lavoro degli insegnanti, di quelli veri naturalmente, e in particolare la fatica delle maestre, non porta sempre ad ottenere quello che si auspica. Quando ciò non avviene è opportuno cercare di capire perché sia accaduto. Le lettere di accusa, le campagne di denigrazione, i j’accuse lasciamoli al passato. Oggi ci dovremmo muovere con attenzione costante alla verità dei fatti e con rispetto nei confronti delle persone coinvolte. Possiamo far valere anche nella scuola la presunzione di innocenza fino a prova contraria? (VV)
Leggi l'articolo su "Avvenire".
giovedì 28 giugno 2012
LETTERA DI UN PRESIDE AGLI STUDENTI CHE HANNO COPIATO
Cari studenti, prima dell’inizio di questi
esami di Stato avevamo sperato che il Ministro intervenisse per richiamare
tutti – insegnanti e candidati - al rispetto delle regole. Dovrebbe essere,
questo, il primo compito della scuola: contribuire a farvi diventare cittadini
consapevoli e dotati di sensibilità e responsabilità sociale. Così purtroppo
non è stato e come ogni anno i giornali, le associazioni degli studenti e altre
agenzie hanno confermato che tra di voi la percentuale di coloro che hanno
usato mezzi illeciti per svolgere le prove scritte è altissima e inaccettabile
in un Paese che ha a cuore la sopravvivenza stessa della sua democrazia.
A rendere ancora più indecorosa questa situazione, si apprende che in molti casi sono intervenuti gli stessi docenti ad aiutarvi a svolgere le prove anche informandovi preventivamente sulle domande della terza prova.
Un tale comportamento, comunque motivato, tradisce il mandato e il sacrificio economico che la collettività affronta per pagare il loro stipendio e rappresenta quanto di più diseducativo un adulto possa trasmettere ad un giovane, soprattutto se questo adulto è un educatore.
Alla vostra età assistere ed essere in qualche modo partecipi di questo tradimento dell’etica della responsabilità e della morale civile, non può certo incoraggiarvi ad essere dei buoni cittadini e rischia di fare venir meno la fiducia nel futuro del paese, un futuro che innanzitutto i vostri cattivi maestri, con il loro comportamento, vogliono affidato al solito trionfo della furbizia, all’etica delle raccomandazioni e della truffa destinati, purtroppo, a tramandarsi come i veri valori della nostra e della vostra società.
Sono certo che alla lunga molti di voi che avete cercato la scorciatoia del copiare, magari approfittando di una sorveglianza volutamente “distratta” o peggio, si ricorderanno con stima non di chi ha pensato di aiutarvi in questo modo, ma dei docenti che attraverso la loro passione e il loro rigore hanno fatto di tutto per rendervi autonomi e orgogliosi della vostra onestà.
A rendere ancora più indecorosa questa situazione, si apprende che in molti casi sono intervenuti gli stessi docenti ad aiutarvi a svolgere le prove anche informandovi preventivamente sulle domande della terza prova.
Un tale comportamento, comunque motivato, tradisce il mandato e il sacrificio economico che la collettività affronta per pagare il loro stipendio e rappresenta quanto di più diseducativo un adulto possa trasmettere ad un giovane, soprattutto se questo adulto è un educatore.
Alla vostra età assistere ed essere in qualche modo partecipi di questo tradimento dell’etica della responsabilità e della morale civile, non può certo incoraggiarvi ad essere dei buoni cittadini e rischia di fare venir meno la fiducia nel futuro del paese, un futuro che innanzitutto i vostri cattivi maestri, con il loro comportamento, vogliono affidato al solito trionfo della furbizia, all’etica delle raccomandazioni e della truffa destinati, purtroppo, a tramandarsi come i veri valori della nostra e della vostra società.
Sono certo che alla lunga molti di voi che avete cercato la scorciatoia del copiare, magari approfittando di una sorveglianza volutamente “distratta” o peggio, si ricorderanno con stima non di chi ha pensato di aiutarvi in questo modo, ma dei docenti che attraverso la loro passione e il loro rigore hanno fatto di tutto per rendervi autonomi e orgogliosi della vostra onestà.
Valerio Vagnoli
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lunedì 25 giugno 2012
IL COMUNICATO STAMPA NON PUBBLICATO DEL DIRIGENTE SCOLASTICO DI PONTREMOLI
Riceviamo dal Dirigente dell’Istituto
comprensivo “Tifoni” di Pontremoli il testo del comunicato stampa da lui
inviato ai giornali il 12 giugno e non pubblicato da nessun organo di
informazione. Nella lettera di accompagnamento , dopo
averci ringraziato per il sostegno (“in queste
situazioni la ‘vicinanza’ dei colleghi è molto importante!”) e “per le riflessioni,
importanti e significative, fatte da persone che vivono quotidianamente la ‘scuola
reale’ “, il preside Ferdani aggiunge: “È vero, nessun sindacato ha preso posizione,
non solo nei miei confronti, ma, cosa che più mi amareggia, nei confronti delle
‘mie maestre’ di cui conosco la serietà professionale e la sensibilità umana
(le ho viste piangere in diverse occasioni!)”. Infine torna su un punto a cui
aveva già accennato nelle cronache di questi giorni: “ È bene che anche voi
sappiate che in un Istituto Comprensivo vicino ne sono stati fermati, sempre in
classe prima, quattro, due in una classe di 9 alunni e due in una classe di 7”.
Come dire: è legittimo chiedersi il perché di questa differenza di trattamento?
Ecco il testo del comunicato stampa.
In riferimento alla non ammissione alla classe successiva di n° 5 alunni di classe prima nel plesso “Tifoni” dell’omonimo Istituto Comprensivo di Pontremoli, in qualità di Dirigente Scolastico intendo precisare quanto segue.
Ecco il testo del comunicato stampa.
In riferimento alla non ammissione alla classe successiva di n° 5 alunni di classe prima nel plesso “Tifoni” dell’omonimo Istituto Comprensivo di Pontremoli, in qualità di Dirigente Scolastico intendo precisare quanto segue.
Il “ fermo scolastico”, previsto
dall’art.2 della legge n° 53/2003 che ha modificato radicalmente
l’articolazione interna della Scuola Primaria, prevedendo, in sostituzione dei
cicli, un monoennio e due bienni, al termine dei quali valutare
approfonditamente il percorso scolastico dell’alunno, è stato ampiamente
discusso (e concordato) nel corso di ripetuti incontri con i docenti di classe.
Le valutazioni formulate, frutto di
osservazioni puntuali e di verifiche oggettive, hanno evidenziato il mancato
raggiungimento degli obiettivi minimi richiesti, in termine di
“alfabetizzazione strumentale”, per poter accedere alla classe successiva.
La decisione assunta, pur con il
rammarico che essa comporta (“fermare un alunno è, per la scuola, una scelta
sempre difficile e spiacevole”) è stata decisa
nell’interesse, unico ed esclusivo, degli alunni, al fine di consentire
loro, in tempi più lunghi di apprendimento, un percorso scolastico maggiormente
rispondente ai ritmi di sviluppo e di maturazione propri di ogni singolo
soggetto.
Ribadisco pertanto che il fermo
scolastico è stato deciso unicamente per il “bene” del bambino che la scuola
intende perseguire sempre e comunque, nella convinzione che, come un autorevole
pedagogista ha scritto recentemente, una “scuola senza bocciature è una scuola
destinata al fallimento” (e non “una scuola che boccia se stessa” frase fatta e
irrispettosa della professionalità dei docenti).
Il “fermo scolastico” è stato deciso
dopo aver attuato, nel corso dell’anno e in particolare del 2° quadrimestre,
tutta una serie di interventi personalizzati da parte degli insegnanti di
classe che purtroppo, considerato il livello di maturazione personale degli
alunni, non hanno dato gli esiti attesi.
La scuola è in grado di documentare, con
puntuale riferimento, tutto il lavoro di recupero e potenziamento didattico che
è stato proposto, compresi i verbali relativi alle visite alle classi che lo
scrivente effettua regolarmente almeno due volte all’anno.
Nel ribadire pertanto che il “fermo
scolastico” dei cinque alunni delle due
classi prime è scaturito dal mancato raggiungimento delle competenze minime
richieste a conclusione del primo anno di Scuola Primaria, intendo sconfessare,
in maniera assoluta, considerazioni e dicerie in merito alla numerosità delle
sezioni e pettegolezzi sconsiderati e strumentali circa la formazione delle
future classi prime (che, a detta di
alcuni genitori, potrebbero diventare tre, contando gli alunni respinti).
Nel dichiararmi amareggiato per
l’amplificazione che la stampa ha voluto riservare a una scelta, certamente
impopolare ma che rientra nelle prerogative della scuola e nella “libertà di
valutazione” dei docenti, mortificandone l’impegno e la professionalità, e
facendo, questo sì, il “male dei fanciulli”, intendo assumermi, per intero, la
responsabilità delle suddette bocciature, mettendomi a disposizione dei
superiori organi gerarchici di cui auspico un personale e immediato
interessamento per riscattare l’immagine di una scuola pubblica che ha sempre
operato, con fatica ma anche con entusiasmo e passione, per il bene e per la crescita di tutti i fanciulli,
nessuno escluso, come dimostrano le tante iniziative (e i tanti
riconoscimenti!) di cui si dà conto nel Piano dell’Offerta Formativa
dell’Istituto “Tifoni”.
Il Dirigente
Scolastico
domenica 24 giugno 2012
E SE ANCHE CHI BOCCIA FOSSE DALLA PARTE DEGLI ULTIMI?
"La scuola
coinvolge quasi 10 milioni di bambini e ragazzi, le relative famiglie e un
milione di lavoratori. Ed è ancora la porta attraverso cui tutti crescono,
diversi ed eguali, nell’incontro con l’altro da sé. E’ per questo che la scuola
è il retroterra forse più importante per la tenuta del Paese. E non può cedere
alla più semplice e ingiusta delle risposte che è quella di rifarsi sui più
deboli e scaricare su di loro le nostre responsabilità". Così scrive
stamattina sulla "Stampa" il sottosegretario Rossi Doria riferendosi
evidentemente anche ai bambini bocciati a Pontremoli. La litania buonista diventa
gratuita cattiveria nella sua esplicita accusa alle maestre che, bocciando i bambini,
si sarebbero scaricate delle loro responsabilità. Quali siano queste
responsabilità Rossi Doria non ce lo dice, ma da bravo maestro ci guida verso la
spiegazione buttando lì la citazione donmilaniana
dell’I care che, evidentemente, secondo lui non è stata fatta propria dalle maestre
di Pontremoli. Quindi, bocciando, queste avrebbero dimostrato tutto il loro
disprezzo nei confronti dei loro piccoli allievi, anche perché, se pur si può
bocciare (lo stesso Rossi Doria riconosce di averlo fatto per ben due volte in
20 anni) non è accettabile che lo si faccia con percentuali così alte…
PS: Un’altra volta mi occuperò di quei docenti bravi e motivati che, a differenza dei loro colleghi inetti e neghittosi ma generosi nei voti, incontrano l’ostilità dei genitori, degli studenti, dei loro colleghi ed infine dei loro dirigenti perché ritenuti troppo severi.
Per lasciare dei commenti, torna al blog principale.
Il processo alle intenzioni è diventato oramai prassi
corrente. Decontestualizzando qualsiasi
episodio dalla realtà effettuale in cui è avvenuto, si torna sempre alle
proprie granitiche convinzioni, quelle del proprio catechismo culturale e del proprio
pedagogismo astorico e astratto. Il problema, purtroppo, è ampiamente diffuso e
ha radici talmente radicate in una certa mentalità falsamente progressista, che
difficilmente si potrà affrontare qualsiasi serio problema di questo paese.
Bisogna invece partire, innanzitutto,
dal rispetto delle persone (tutte) e dall’accertata realtà dei fatti e delle
cose a cui ci si riferisce. Rossi Doria, invece, non ha neanche provato a
prendere in esame l’eventuale buonafede, le sofferenze, i dubbi, le riflessioni
che hanno accompagnato le maestre in
questa loro difficile e tormentata scelta, finalizzata, come dicono
ancora oggi tante brave “tradizionali” maestre, al bene dei ragazzi.
Infine mi piacerebbe che i buoni ministeriali, invece di infangare
la dignità di quattro o cinque persone di scuola, che alla fine hanno fatto
quanto compete loro per legge, ci dicessero cosa intendono fare per risolvere
il problema di quei docenti e dirigenti che
non fanno almeno decentemente il loro lavoro, spesso nella più totale
indifferenza delle autorità scolastiche amanti del quieto vivere. Quando poi tali autorità onorano il proprio ruolo, vengono ostacolate da norme ipergarantiste e dalla
tortuosità delle procedure. Così si penalizzano di più proprio gli studenti più
svantaggiati, che non avranno mai la possibilità di colmare le conoscenze loro
negate dalla scuola, a differenza degli studenti benestanti che lo potranno fare
anche all’interno della loro stessa famiglia.
Come dimostra il caso di Pontremoli, spesso a pagare –
magari vedendosi infliggere la gogna mediatica per una decisione sofferta -
sono proprio coloro che non rinunciano all’avere a cuore il proprio lavoro, la
propria missione e l’interesse per il futuro dei loro studenti. Nel frattempo i
furbi neghittosi continueranno a farla franca col placet dei buoni ministeriali e dei sindacati loro amici. C’è quasi da scommettere che questo episodio farà ulteriormente riflettere
le docenti che in futuro si troveranno a dover scegliere fra il proprio dovere
(a rischio di finire stritolate sotto la macchina ministeriale) e il più
italico quieto vivere. (VV)
PS: Un’altra volta mi occuperò di quei docenti bravi e motivati che, a differenza dei loro colleghi inetti e neghittosi ma generosi nei voti, incontrano l’ostilità dei genitori, degli studenti, dei loro colleghi ed infine dei loro dirigenti perché ritenuti troppo severi.
sabato 23 giugno 2012
RIFLESSIONI SUI BAMBINI BOCCIATI A PONTREMOLI
Si è per il momento conclusa la vicenda dei bambini di prima elementare di Pontremoli, ai quali la scuola aveva ritenuto opportuno far ripetere l’anno, in modo da recuperare con calma le basi indispensabili per l’apprendimento. La decisione è stata confermata, con più dettagliate motivazioni, dal consiglio di interclasse, dopo le ispezioni e le osservazioni del Ministero.
I protagonisti delle cronache di questi giorni hanno trasmesso a me che leggevo impressioni molto nette: da un lato la pacata fermezza e la sobrietà nelle dichiarazioni del dirigente, che parlava di una decisione sofferta ma ponderata e professionalmente motivata; dall’altra la visceralità delle reazioni provenienti dal mondo politico-istituzionale e dalle associazioni dei genitori, basate solo sul pregiudizio e su un rifiuto ideologico della ripetenza, come quella di Francesca Puglisi, responsabile scuola del Partito Democratico (vedi nota del 12 giugno scorso su questo blog).
Purtroppo quella della Puglisi non è stata l'unica esternazione " a prescindere", pervenuta dal mondo politico. Anche a livello locale e regionale non sono mancate vere e proprie invettive contro "l'insensibilità" delle maestre di Pontremoli, la cui dignità professionale è stata difesa solo dal loro dirigente scolastico e non, per esempio, da un qualsiasi accidente di sindacato, la cui esistenza sembra sempre più legata alla difesa dei propri interessi corporativi. A questo proposito è bene raccogliere le domande che il bell'articolo di Paolo Ermini, direttore del "Corriere Fiorentino", si pone a proposito di quello che potrebbe accadere col passaggio delle scuole alla responsabilità gestionale delle regioni, che almeno in Toscana può far temere intrusioni e condizionamenti da parte del governo regionale. Due gli indizi citati da Ermini:
I protagonisti delle cronache di questi giorni hanno trasmesso a me che leggevo impressioni molto nette: da un lato la pacata fermezza e la sobrietà nelle dichiarazioni del dirigente, che parlava di una decisione sofferta ma ponderata e professionalmente motivata; dall’altra la visceralità delle reazioni provenienti dal mondo politico-istituzionale e dalle associazioni dei genitori, basate solo sul pregiudizio e su un rifiuto ideologico della ripetenza, come quella di Francesca Puglisi, responsabile scuola del Partito Democratico (vedi nota del 12 giugno scorso su questo blog).
Purtroppo quella della Puglisi non è stata l'unica esternazione " a prescindere", pervenuta dal mondo politico. Anche a livello locale e regionale non sono mancate vere e proprie invettive contro "l'insensibilità" delle maestre di Pontremoli, la cui dignità professionale è stata difesa solo dal loro dirigente scolastico e non, per esempio, da un qualsiasi accidente di sindacato, la cui esistenza sembra sempre più legata alla difesa dei propri interessi corporativi. A questo proposito è bene raccogliere le domande che il bell'articolo di Paolo Ermini, direttore del "Corriere Fiorentino", si pone a proposito di quello che potrebbe accadere col passaggio delle scuole alla responsabilità gestionale delle regioni, che almeno in Toscana può far temere intrusioni e condizionamenti da parte del governo regionale. Due gli indizi citati da Ermini:
“L’assessore regionale all’istruzione della Toscana, Stella Targetti, ha salutato la svolta con queste parole: «Si dà finalmente alle Regioni la possibilità di dare finalmente all’autonomia non solo le gambe, ma anche la testa». La testa di chi, però?”.
Il secondo elemento poco rassicurante per la libertà di insegnamento è proprio l’atteggiamento dell’assessore e vicepresidente a proposito dei bambini bocciati. All'indomani della decisione di far ripetere gli scrutini, così si esprimeva: “La decisione dell’Ufficio scolastico regionale ha il pregio di introdurre un elemento di ragionevolezza in una vicenda che ha prodotto ferite sotto vari aspetti, colpendo in particolare gli esseri per definizione più deboli: i bambini”.
Ermini così commenta questa presa di posizione: “Le inopportune intrusioni dall’esterno (per motivi puramente ideologici, e nella totale ignoranza dei fatti) nella vicenda dei ragazzi bocciati in prima elementare a Pontremoli non sono un bel segnale”.
Naturalmente l’inopportunità di far ripetere la prima può essere sostenuta (anche se l’incapacità di scrivere sotto dettatura una frase minima non è cosa da trascurare); ma che lo si faccia con argomenti seri e razionali, non in preda ad attacchi di mammismo aggressivo che vorrebbero far passare la scuola toscana come un nido di sadici irresponsabili. Come se nella realtà, e in modo particolare nella scuola primaria, queste decisioni non venissero sempre attentamente valutate anche sul piano della comunicazione, del rapporto affettivo con i bambini e della loro futura collocazione nel contesto più opportuno.
Naturalmente l’inopportunità di far ripetere la prima può essere sostenuta (anche se l’incapacità di scrivere sotto dettatura una frase minima non è cosa da trascurare); ma che lo si faccia con argomenti seri e razionali, non in preda ad attacchi di mammismo aggressivo che vorrebbero far passare la scuola toscana come un nido di sadici irresponsabili. Come se nella realtà, e in modo particolare nella scuola primaria, queste decisioni non venissero sempre attentamente valutate anche sul piano della comunicazione, del rapporto affettivo con i bambini e della loro futura collocazione nel contesto più opportuno.
Per il momento gli insegnanti su questo spesso hanno ancora l’ultima parola; ma non è escluso che in futuro si trovi il modo di togliergliela, in modo da lasciare piena libertà di promuovere (ricordate problemi per un’ingiusta ammissione?), limitando però ancora di più quella di bocciare, già minacciata dal grandinare dei ricorsi.
Le contestazioni dell’amministrazione e dei tribunali amministrativi si muovono sempre sul terreno procedural-cartaceo: insufficienti motivazioni, mancanza di una griglia … Ne viene fuori un’ideale di decisione come meccanica derivazione da dettagliatissimi dati oggettivi, quasi si volesse bandire dall’equipaggiamento professionale dei docenti la sensibilità affinata dall’esperienza su quello che è bene per un alunno. Intanto apprezziamo la lezione di stile della scuola di Pontremoli, anche se il comitato dei genitori parla di “clamoroso accanimento” e dal ministero – che “Repubblica” definisce “infuriato” – anonimamente si fa sapere che quella del preside è “una battaglia personale”. (GR)
Per i commenti tornare al blog principale.
sabato 16 giugno 2012
GLI ESODATI DEI PROFESSIONALI
Ho appena terminato di presiedere
gli scrutini dell’ultima classe, una delle 14 prime dell’alberghiero che dirigo
da quest’anno. Scrutini lineari e sereni, che tuttavia non scivolano addosso a
nessun insegnante, soprattutto se hanno dato e fatto di tutto per non
arrivare a certi risultati sconfortanti. Anche il prendere atto che la media
dei bocciati in prima rispetto allo scorso anno è diminuita del 3% non conforta molto, dato che in generale si
confermano i due-tre studenti per classe che durante l’anno, non appena
compiuti i sedici anni, chiudono ogni rapporto col mondo scolastico. Alla fine
di ogni scrutinio ho sempre chiesto ai docenti quanti ragazzi, secondo loro, si
sarebbero potuti “salvare” se avessero avuto la possibilità di seguire percorsi
di vera e propria formazione professionale e le risposte hanno sempre indicato
percentuali altissime. E altissime sarebbero state quelle di coloro che
avrebbero potuto evitare la bocciatura se in classe non avessero
subito mesi e mesi di caos, quello provocato dai compagni demotivati perché
“costretti” a stare a scuola solo per assolvere
formalmente all’obbligo scolastico. Purtroppo a nessuno dei demiurghi che si
occupano di politica scolastica regionale sembra interessare la cruda realtà di
un sistema, quello toscano, che di fatto non offre la possibilità di una seria formazione professionale. In
Toscana, come sappiamo, questa possibilità arriva troppo tardi per i ragazzi
che hanno percorso la via crucis del loro fallimento scolastico. A molti di loro la formazione professionale
apparirà a quel punto un puro ripiego, con il conseguente senso di
frustrazione che forse li segnerà per tutta la vita e contribuirà a consolidare
anche in loro la vulgata idiozia per cui le attività “manuali e pratiche” sono
di pertinenza degli immigrati, degli incapaci e dei falliti. (Valerio Vagnoli)
venerdì 15 giugno 2012
LA SERIETÀ IN MINORANZA. MEMORIE DI UN COMMISSARIO D’ESAME
A proposito di esami e delle relative forme di malcostume,
pubblichiamo due lettere che un insegnante ha scritto a Marcello Dei dopo aver
letto il suo saggio Ragazzi si copia. Abbiamo
omesso il suo nome e alcuni riferimenti a luoghi e persone. Chi pensa che questi
problemi siano quisquilie avrà di che meditare.
5 giugno 2012
Personalmente ero rigoroso con gli allievi, non ammettevo il lavoro di gruppo e dicevo il perché: nella vostra professione sarete da soli, sarete voi i responsabili, non avrete i compagni da cui attingere. Voi accettereste di essere operati in ospedale da un chirurgo impreparato? Ho sempre insistito sulla preparazione personale che non esclude poi il lavoro di gruppo o, meglio, la collaborazione nella ricerca. Durante i compiti di latino staccavo i banchi affinché ognuno lavorasse da solo, anche per l'italiano. Se c'era bisogno di aiuto, intervenivo parlando a voce alta per tutti. Come mi comportavo anche agli esami di maturità, fossi commissario o presidente. Il mio collega M.N. invece raccomandava l'onestà e poi lasciava assieme i ragazzi sui banchi vicini. Quando abbiamo organizzato qualche prova di latino assieme, in aula magna, con banchi distanziati, il collega ha trovato con sua sorpresa risultati difformi e deludenti, ma non ha cambiato idea, anche perché egli ha la verità in tasca (beato lui!) e gli altri sbagliano. Mi sono limitato ad osservare che anche don Bosco raccomandava di togliere ai ragazzi le tentazioni, visto che il N. è un ex allievo salesiano.
Prima dello scrutinio sparisce la presidente, Aspettiamo: dopo quasi un'ora telefono a casa sua e mi risponde, faccia lei, che è vicepresidente, gli scrutini. Non posso, e Lei lo sa meglio di me. Il vice non può sostituire in sede di scrutinio. Mi ha risposto quasi disperata: "Lei poi se ne torna al nord e dimenticherà la Sicilia, io qui devo vivere." Le ho risposto che io sono uno e la commissione è numerosa ed è facile mettermi in minoranza senza problemi. E' venuta in commissione, ma era spaventata poiché avevo previsto 20 bocciati, cioè tutti quelli che avevano tutte e quattro le prove negative. Poi abbiamo cercato nel curriculum qualche aspetto positivo e abbiamo salvato sei candidati, ma 14 avventurieri, che non avevano mai studiato, non sapevano le lingue, ma nemmeno le altre materie, sono stati fermati. Lì forse c'era la consuetudine di promuovere tutti, nonostante l'esame, bastava pagare la scuola privata.
E qui mi fermo per non tediare il collega professore, ma ne avrei da scrivere un libro, che tuttavia non credo interesserebbe neppure i docenti, che spesso amano il quieto vivere e non distinguono tra i bravi ragazzi destinati ad essere bravi cittadini e gli avventurieri, venditori di fumo, che nell'Italia del nostro tempo avrebbero più successo.
5 giugno 2012
Personalmente ero rigoroso con gli allievi, non ammettevo il lavoro di gruppo e dicevo il perché: nella vostra professione sarete da soli, sarete voi i responsabili, non avrete i compagni da cui attingere. Voi accettereste di essere operati in ospedale da un chirurgo impreparato? Ho sempre insistito sulla preparazione personale che non esclude poi il lavoro di gruppo o, meglio, la collaborazione nella ricerca. Durante i compiti di latino staccavo i banchi affinché ognuno lavorasse da solo, anche per l'italiano. Se c'era bisogno di aiuto, intervenivo parlando a voce alta per tutti. Come mi comportavo anche agli esami di maturità, fossi commissario o presidente. Il mio collega M.N. invece raccomandava l'onestà e poi lasciava assieme i ragazzi sui banchi vicini. Quando abbiamo organizzato qualche prova di latino assieme, in aula magna, con banchi distanziati, il collega ha trovato con sua sorpresa risultati difformi e deludenti, ma non ha cambiato idea, anche perché egli ha la verità in tasca (beato lui!) e gli altri sbagliano. Mi sono limitato ad osservare che anche don Bosco raccomandava di togliere ai ragazzi le tentazioni, visto che il N. è un ex allievo salesiano.
Agli esami di maturità mi è capitato spesso di dover controllare i
colleghi, più che gli allievi. Mentre per i ragazzi è comprensibile, è assurdo
e pietoso per gli insegnanti.
Al liceo classico *** di Napoli, insospettito delle soste prolungate ai
servizi, avevo scoperto la traduzione, ben fatta, nascosta nel “Giornale nuovo”,
infilato nel cestino dei rifiuti vicino al gabinetto dei ragazzi e poi
delle ragazze. E' arrivato il presidente, un preside amico dei politici, e mi
ha accusato di aver trasformato la commissione d'esame in un lager, e ha detto
che mi avrebbe denunciato al provveditorato. Gli ho mostrato la traduzione
dicendo: tu sei un latinista e puoi renderti conto che il testo è stato
tradotto non da un allievo, ma da uno del mestiere, forse dalla commissaria interna.
Poi gli ho messo sotto il naso la mia tessera di giornalista e gli ho detto: se
continui questa farsa, domani comunico il tutto all'Ansa e finiamo sulle prime
pagine dei giornali. Subito l'uomo ha cambiato tono e mi ha lusingato con
promesse.
Al mattino, prima di entrare alla scuola, andavo nella vicina piazza un ottimo caffé e
leggevo velocemente un quotidiano. E proprio lì incontrai un candidato il quale
mi confessò candidamente: Lei ha ragione - commissario - ma noi così siamo
stati abituati.
Tuttavia questa cose non capitano solo a Napoli. Ero presidente agli esami
di terza media a M*** [nel Veneto] e con un preside comunista fanatico che aveva in ufficio
il ritratto di Stalin vicino a quello del presidente della repubblica italiana:
c'era un gruppo di insegnanti della stessa risma che purtroppo condizionavano i
ragazzini e alcuni legulei che insegnavano (si fa per dire) lingue straniere.
Poiché avevo scombinato una prassi radicata praticando l'estrazione a sorte secondo
la legge e gli allievi si erano trovati un compito nuovo, non già fatto, i
professori legulei suggerivano tutto, non appena uscivo dall'aula. Ho lasciato
fare per non danneggiare gli allievi, ma il tutto è finito nella relazione
finale, anche il fatto che si condizionassero i ragazzini, finita sul tavolo
del ministro a Roma. Il provveditore agli studi mi ha telefonato
ringraziandomi e offrendomi una presidenza, che ovviamente rifiutai con garbo e
ringraziando.
Anche nella mia scuola un docente di matematica ha passato un foglio con la
soluzione del problema della maturità ai suoi allievi. Ne ho parlato col
preside, che giustificava l'insegnante. Ho commentato col preside: mi sembra
assai grave questo atto che vanifica cinque anni educativi della scuola. Perché
l'insegnante avrà agito in tal modo? perché temeva per la sua immagine, per
l'insegnamento carente e lacunoso, non certo per i giovani: essi hanno
imparato dal docente che la furbizia, l'imbroglio ti aiuta nella vita e nella
carriera. Anche perché hanno potuto copiare solo i suoi allievi, non gli altri!
Potrei continuare con varie esperienze agli esami di Stato, soprattutto da
presidente, quando puoi vedere meglio l'atteggiamento dei docenti. ma
sarebbe anche ripetitivo. La scuola è fatta dagli insegnanti, è valida se
l'insegnante è un bravo educatore, altrimenti. E gli insegnanti sono
parte della nostra società: c'è il galantuomo, l'onesto, il preparato, l'educatore,
ma c'è anche l'arrivista, il disonesto, l'impreparato, l'avventuriero, il
carrierista, ecc. E i governi della nostra Repubblica non hanno quasi mai dato alla scuola
l'importanza che merita, come avviene in altri paesi: insegnanti sottopagati e
talora umiliati, ministri spesso impreparati, salvo eccezioni, e per nulla
interessati al mondo della scuola, della conoscenza, dell'educazione dei futuri
cittadini. Quando torno alla mia scuola per salutare le brave segretarie,
la nuova preside piena d'entusiasmo, qualche collega, mi accorgo che farei
fatica ad abituarmi alle strane novità introdotte in modo spesso disordinato,
senza un piano organico e pedagogico. L'unica nostalgia è quella nei confronti
dei giovani, che sono ancora veri, spontanei, sinceri, se stessi.
7 giugno 2012
Rispondo subito alla domanda
sull'esame di maturità a Napoli. Non ricordo l'anno, ma mi sembra sia capitato
quando una suora ingenuotta aprì la busta d'italiano su invito di un
buontempone sedicente funzionario ministeriale e comunicò i temi che furono poi
pubblicati dai quotidiani. Fu sospesa la prova, subito rimpiazzata da una nuova
busta di riserva per il giorno successivo. Dopo il battibecco con il presidente partenopeo non successe nulla. Ero
l'unico nordico fra cotanto senno. Occorrono le prove per procedere: chi ha
tradotto e inserito i fogli nel “Giornale” depositato entro il cestino? Secondo
me la professoressa di latino della scuola, ma non avevo le prove e quindi sono
rimasto zitto per non rischiare una denuncia di calunnia. Chi ha copiato?
Nessuno ha visto: ho solo scoperto la traduzione nascosta, ma non ho visto
nessun candidato mentre copiava.
Tuttavia questa non era la sola anomalia. Il candidato che sosteneva
l'esame di arte aveva un successo sicuro: otto a tutti, in italiano invece
c'era una differenziazione notevole e soprattutto la prova era di maturità,
impegnativa sul piano delle conoscenze e della elaborazione razionale e della
logica. La commissaria di arte era venuta in sostituzione di quella nominata
dal ministero. Le chiedo dove insegni la storia dell'arte? Mi risponde
"insegno lettere alla scuola media, ma mi piace tanto l'arte!". I
suoi esami: prima domanda a scelta, ma soprattutto la commissaria non capiva la
risposta e diceva sempre di sì. Sono intervenuto qualche volta di fronte agli
svarioni colossali e il presidente mi ha richiamato privatamente. Gli ho detto
di avere l'abilitazione di arte, di essere stato assistente volontario di
archeologia all'Università e la collegialità della commissione mi autorizzava
ad intervenire. Ma quando tu intervieni, l'esame va male – ha osservato
l'astuto presidente – e quindi si crea un'ingiustizia. Avevamo idee diverse
sulla giustizia, ma ero in minoranza e quindi impotente. La seconda domanda
verteva sempre e solo sul Caravaggio, di cui c'era una mostra stupenda (l'ho
vista tre volte) a Capodimonte. E qualsiasi risposta, senza mai dialogo, andava
bene. Il sottoscritto, quando c'era il così detto colloquio di arte, chiudeva
le orecchie, si spostava o usciva a fumare una sigaretta.
Alla sera mi trovavo a passeggiare con il presidente dell'altra
commissione, un preside, un focoso romagnolo, che si lamentava della sua
commissione. Alla fine abbiamo confrontato i risultati: nella mia commissione
una sola eccellenza, un solo 60/100, nella sua almeno 8 o 9 60 e molti
voti alti, e si giustificava "mi hanno messo in minoranza". Ho
commentato: non ti credo più; conosco la legge e tu, come presidente, avevi i
mezzi per equilibrare i voti: bastava chiedere la votazione secondo la legge ed
ognuno esprimeva il voto in decimi e poi si sommava. Insomma nella mia
commissione, nonostante tutto, i risultati mi sono parsi più controllati.
Ma credo che l'esperienza più traumatica mi sia capitata a Catania: 92
candidati provenienti da diverse scuole private con le conseguenze
immaginabili. Allora ai commissari davano 36.000 lire al giorno e basta. Mi ero
trovato una stanza al monastero agostiniano: mi avevano ospitato perché ero
l'organista presso il monastero agostiniano vicino a casa mia. E fu una fortuna
poiché, nonostante le ricerche "mafiose", non erano riusciti a capire
dove fossi alloggiato. Anche lì ero l'unico nordico, capitato in quella
commissione solo perché era il primo anno di nomine per mezzo del computer e i
romani non sapevano ancora controllarlo. A Catania credevano che io fossi un
siculo che ritorna in patria: il mio cognome è comune anche in Sicilia. Ma
appena dissi qualche parola, ogni dubbio venne fugato: ero un nordico, un polentone
veneto. In quella sede le commissioni per gli istituti privati erano scelte ad
hoc e ogni anno tutti erano maturi con bei voti, anche i banchi. Quella volta
ci furono 14 non maturi e il sottoscritto, appena firmato i documenti e chiuso
il pacco, salì in auto con due colleghi vicentini e si fermò a mangiare solo
oltre lo stretto.
Sarebbe troppo lungo raccontare il tutto. Basta qualche cenno. Durante
gli scritti i gabinetti erano trasformati in biblioteche: libri celati ovunque.
Controllavo i commissari interni che suggerivano a tutto spiano e i vassoi di
paste che entravano; appena lo seppero, cessò l'entrata dei dolci, ottimi,
provenienti dalla vicina pasticceria.
Un commissario interno organizzò una colazione in un ristorante tipico.
Quando entrai mi era sembrato di riconoscere un candidato dietro al banco.
Quando andai a chiedere il conto, mi fu detto che era già a posto. Dissi che il
gruppo non si sarebbe mosso di lì se non dopo aver pagato il conto. Dopo varie
insistenze, visto che il nordico era tosto e cocciuto come un mulo, arrivò il
conto e la presidente mi ringraziò ma poi feci le mie rimostranze al collega
interno che finse di non saper nulla, ma fui sostenuto dalla preside. Era una
persona onesta, che tuttavia viveva in un contesto dal quale era difficile
essere indipendenti. Mi disse alla fine degli esami: " Lei l'ha scampata
bella, volevano eliminarla e avevano trovato falsi testimoni per dichiarare che
lei aveva picchiato una candidata durante gli scritti. Ho capito subito, sono
intervenuta e ho detto che tutta la commissione si sarebbe schierata con Lei."
Abbiamo avuto più visite dell'ispettore e del provveditore, il quale fece
un commento inopportuno sui nordici che vengono al sud per fare i giustizieri.
Gli dissi che ero un notaio che operava a nome dello Stato. Gli chiesi poi: ma
perché Lei viene spesso qui? Dovrebbe sapere che la commissione è autonoma, non
può discutere degli esami con estranei e Lei per noi lo è. Se viene per
salutare, benvenuto, Le offriamo il caffè, ma non chieda nulla sugli esami. Non
venne più.Prima dello scrutinio sparisce la presidente, Aspettiamo: dopo quasi un'ora telefono a casa sua e mi risponde, faccia lei, che è vicepresidente, gli scrutini. Non posso, e Lei lo sa meglio di me. Il vice non può sostituire in sede di scrutinio. Mi ha risposto quasi disperata: "Lei poi se ne torna al nord e dimenticherà la Sicilia, io qui devo vivere." Le ho risposto che io sono uno e la commissione è numerosa ed è facile mettermi in minoranza senza problemi. E' venuta in commissione, ma era spaventata poiché avevo previsto 20 bocciati, cioè tutti quelli che avevano tutte e quattro le prove negative. Poi abbiamo cercato nel curriculum qualche aspetto positivo e abbiamo salvato sei candidati, ma 14 avventurieri, che non avevano mai studiato, non sapevano le lingue, ma nemmeno le altre materie, sono stati fermati. Lì forse c'era la consuetudine di promuovere tutti, nonostante l'esame, bastava pagare la scuola privata.
E qui mi fermo per non tediare il collega professore, ma ne avrei da scrivere un libro, che tuttavia non credo interesserebbe neppure i docenti, che spesso amano il quieto vivere e non distinguono tra i bravi ragazzi destinati ad essere bravi cittadini e gli avventurieri, venditori di fumo, che nell'Italia del nostro tempo avrebbero più successo.
giovedì 14 giugno 2012
AMMESSI CON OTTO INSUFFICIENZE. UNA TESTIMONIANZA
La
conclusione dell'anno scolastico dovrebbe vedere una giusta applicazione dei
criteri educativi basati sul merito e sulla verità. Purtroppo può capitare che
tali attese vengano frustrate proprio dalle decisioni dei consigli di classe,
che in più di un caso sono composti da maggioranze che decidono in un modo che
lascia perplessi. In alcuni di tali consigli, cui ho partecipato quale docente,
si è deciso di ammettere agli esami di terza media allievi presentati in
consiglio con otto insufficienze ed un comportamento non buono. Si rischia
quindi che la commissione di esame, se intenderà promuovere tali allievi, dovrà
valutare con un nove la prova orale, visto che gli scritti, se non frutto di
copia, saranno probabilmente insufficienti. Ho già visto accadere cose simili,
ed ho rivisto successivamente quei ragazzi completamente allo sbando: gli si
era fatto credere che si può andare avanti senza lavorare. Mi domando quando i
docenti che formano tali maggioranze si renderanno conto che non hanno salvato
dei ragazzi, ma li hanno danneggiati insieme a tutta la scuola, ed hanno
svalutato i titoli di studio (dando così ragione a chi vuole togliere valore
legale a tali titoli). Mi domando se contro tali maggioranze esista un rimedio.
Giancarlo Caputi
Giancarlo Caputi
domenica 10 giugno 2012
PIÙ DI CENTO LETTERE PER LA CORRETTEZZA DEGLI ESAMI DI STATO. FARÀ QUALCOSA IL MINISTRO PROFUMO?
Elenco di chi ha scritto al ministro Profumo e ai sottosegretari Rossi Doria e Ugolini per chiedere che venga garantita al massimo la regolarità degli esami di Stato:
Adelina Franci, Adriano Gioè, Alberto De Gregorio, Aldo Cusmà Piccione Cadetto, Alessandra Carraro, Alessandro Borsa, Alessandro Gaspari, Alfreda Lizzini, Alma Nardi, Andrea Cittadini Bellini, Angela Venneri, Angelo Messinese, Angelo Moro, Anna Ceresa, Anna Colaianni, Anna Maria Orlandi, Anna Torcé, Anna Maria Tabino Gabbio, Annamaria Gabellini, Antonella Montrezza, Antonello Tinti, Augusto Cosentino, Carla Simonitto, Carola Soncin, Cecilia Pirolo, Claudio Giuggioli, Corrado Sancillo, Cristina Cazzola, Diego Filotto, Donatella Purger, Elena Agostini, Elio Bertini, Elisabetta Tenducci, Emanuele Iemmolo, Emilio Sisi, Ermanno Menarello, Ersilia Sada, Fabio Bray, Fausta Grassi, Fausto Clemente, Francesco Giovannini, G. De Girolamo, Gabriella Buonpadre, Gennaro Lubrano Di Diego, Giacomo Balletti, Gianna Caroti, Gilberta Natale, Giorgio Rembado, Giovanni Ballarini, Giovanni Casarano, Giovanni Ceschi, Giovanni Poggio, Giovanni Rossi, Giuliana Mannarelli, Giuseppe Alfano, Giuseppina Esposito, Giusi Guidetti, Grazia Farina, Gruppo di Firenze, Iolanda Iannetti, Lenella Breviglieri, Lucia Maria Raffaelli, Luigi Peduto, Luigi Silvano, Mara Bettini, Marcello Dei, Marco Panti, Marco Pesola, Maria Calvanese, Maria Novella Alioto, Mariella Monticolo, Marta Guastaldi, Marta Paoli, Massimo Di Menna, Massimo Maurizio, Massimo Primerano, Michele Ciliberti, Michela Mazzola, Nicola Gialanella, Paola Ada Mastellaro, Paola Capaccioli, Paolino Bussone, Paolo Bertini, Paolo Cotroneo, Paolo Tocco, Patrizia Farsetti, Patrizia Soriani, Patrizia Troncon, Pierluigi Alessandrini, Pompeo Mencarelli, Renzo Stefanel, Renzo Venturi, Romano Firmani, Rosa Lucia Fanchin, Sandra Lubrano, Stefania Lepreti, Toni Gargiulo, Ughetta Frangini, Ugo Barbieri, Umberto Pezzella,Vanna Pellegrini, Vittoria Esposito.
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