venerdì 15 giugno 2012

LA SERIETÀ IN MINORANZA. MEMORIE DI UN COMMISSARIO D’ESAME

A proposito di esami e delle relative forme di malcostume, pubblichiamo due lettere che un insegnante ha scritto a Marcello Dei dopo aver letto il suo saggio Ragazzi si copia. Abbiamo omesso il suo nome e alcuni riferimenti a luoghi e persone. Chi pensa che questi problemi siano quisquilie avrà di che meditare.
5 giugno 2012
Personalmente ero rigoroso con gli allievi, non ammettevo il lavoro di gruppo e dicevo il perché: nella vostra professione sarete da soli, sarete voi i responsabili, non avrete i compagni da cui attingere. Voi accettereste di essere operati in ospedale da un chirurgo impreparato? Ho sempre insistito sulla preparazione personale che non esclude poi il lavoro di gruppo o, meglio, la collaborazione nella ricerca. Durante i compiti di latino staccavo i banchi affinché ognuno lavorasse da solo, anche per l'italiano. Se c'era bisogno di aiuto, intervenivo parlando a voce alta per tutti. Come mi comportavo anche agli esami di maturità, fossi commissario o presidente. Il mio collega M.N. invece raccomandava l'onestà e poi lasciava assieme i ragazzi sui banchi vicini. Quando abbiamo organizzato qualche prova di latino assieme, in aula magna, con banchi distanziati, il collega ha trovato con sua sorpresa risultati difformi e deludenti, ma non ha cambiato idea, anche perché egli ha la verità in tasca (beato lui!)  e gli altri sbagliano. Mi sono limitato ad osservare che anche don Bosco raccomandava di togliere ai ragazzi le tentazioni, visto che il N. è un ex allievo salesiano.
Agli esami di maturità mi è capitato spesso di dover controllare i colleghi, più che gli allievi. Mentre per i ragazzi è comprensibile, è assurdo e pietoso per gli insegnanti.
Al liceo classico *** di Napoli, insospettito delle soste prolungate ai servizi, avevo scoperto la traduzione, ben fatta, nascosta nel “Giornale nuovo”,  infilato nel cestino dei rifiuti vicino al gabinetto dei ragazzi e poi delle ragazze. E' arrivato il presidente, un preside amico dei politici, e mi ha accusato di aver trasformato la commissione d'esame in un lager, e ha detto che mi avrebbe denunciato al provveditorato. Gli ho mostrato la traduzione dicendo: tu sei un latinista e puoi renderti conto che il testo è stato tradotto non da un allievo, ma da uno del mestiere, forse dalla commissaria interna. Poi gli ho messo sotto il naso la mia tessera di giornalista e gli ho detto: se continui questa farsa, domani comunico il tutto all'Ansa e finiamo sulle prime pagine dei giornali. Subito l'uomo ha cambiato tono e mi ha lusingato con promesse.
Al mattino, prima di entrare alla scuola, andavo nella vicina piazza un ottimo caffé e leggevo velocemente un quotidiano. E proprio lì incontrai un candidato il quale mi confessò candidamente: Lei ha ragione - commissario - ma noi così siamo stati abituati.
Tuttavia questa cose non capitano solo a Napoli. Ero presidente agli esami di terza media a M***  [nel Veneto] e con un preside comunista fanatico che aveva in ufficio il ritratto di Stalin vicino a quello del presidente della repubblica italiana: c'era un gruppo di insegnanti della stessa risma che purtroppo condizionavano i ragazzini e alcuni legulei che insegnavano (si fa per dire) lingue straniere. Poiché avevo scombinato una prassi radicata praticando l'estrazione a sorte secondo la legge e gli allievi si erano trovati un compito nuovo, non già fatto, i professori legulei suggerivano tutto, non appena uscivo dall'aula. Ho lasciato fare per non danneggiare gli allievi, ma il tutto è finito nella relazione finale, anche il fatto che si condizionassero i ragazzini, finita sul tavolo del ministro a Roma. Il provveditore agli studi  mi ha telefonato ringraziandomi e offrendomi una presidenza, che ovviamente rifiutai con garbo e ringraziando.
Anche nella mia scuola un docente di matematica ha passato un foglio con la soluzione del problema della maturità ai suoi allievi. Ne ho parlato col preside, che giustificava l'insegnante. Ho commentato col preside: mi sembra assai grave questo atto che vanifica cinque anni educativi della scuola. Perché l'insegnante avrà agito in tal modo? perché temeva per la sua immagine, per  l'insegnamento carente e lacunoso, non certo per i giovani: essi hanno imparato dal docente che la furbizia, l'imbroglio ti aiuta nella vita e nella carriera. Anche perché hanno potuto copiare solo i suoi allievi, non gli altri!
Potrei continuare con varie esperienze agli esami di Stato, soprattutto da presidente, quando puoi vedere meglio  l'atteggiamento dei docenti. ma sarebbe anche ripetitivo. La scuola è fatta dagli insegnanti, è valida se l'insegnante  è un bravo educatore, altrimenti. E gli insegnanti sono parte della nostra società: c'è il galantuomo, l'onesto, il preparato, l'educatore, ma c'è anche l'arrivista, il disonesto, l'impreparato, l'avventuriero, il carrierista, ecc. E i governi della nostra Repubblica non hanno quasi mai dato alla scuola l'importanza che merita, come avviene in altri paesi: insegnanti sottopagati e talora umiliati, ministri spesso impreparati, salvo eccezioni, e per nulla interessati al mondo della scuola, della conoscenza, dell'educazione dei futuri cittadini. Quando torno alla mia scuola per salutare  le brave segretarie, la nuova preside piena d'entusiasmo, qualche collega, mi accorgo che farei fatica ad abituarmi alle strane novità introdotte in modo spesso disordinato, senza un piano organico e pedagogico. L'unica nostalgia è quella nei confronti dei giovani, che sono ancora veri, spontanei, sinceri, se stessi. 

7 giugno 2012
Rispondo subito alla domanda sull'esame di maturità a Napoli. Non ricordo l'anno, ma mi sembra sia capitato quando una suora ingenuotta aprì la busta d'italiano su invito di un buontempone sedicente funzionario ministeriale e comunicò i temi che furono poi pubblicati dai quotidiani. Fu sospesa la prova, subito rimpiazzata da una nuova busta di riserva per il giorno successivo. Dopo il battibecco con il presidente partenopeo non successe nulla. Ero l'unico nordico fra cotanto senno. Occorrono le prove per procedere: chi ha tradotto e inserito i fogli nel “Giornale” depositato entro il cestino? Secondo me la professoressa di latino della scuola, ma non avevo le prove e quindi sono rimasto zitto per non rischiare una denuncia di calunnia. Chi ha copiato? Nessuno ha visto: ho solo scoperto la traduzione nascosta, ma non ho visto nessun candidato mentre copiava.
Tuttavia questa non era la sola anomalia. Il candidato che sosteneva l'esame di arte aveva un successo sicuro: otto a tutti, in italiano invece c'era una differenziazione notevole e soprattutto la prova era di maturità, impegnativa sul piano delle conoscenze e della elaborazione razionale e della logica. La commissaria di arte era venuta in sostituzione di quella nominata dal ministero. Le chiedo dove insegni la storia dell'arte? Mi risponde "insegno lettere alla scuola media, ma mi piace tanto l'arte!". I suoi esami: prima domanda a scelta, ma soprattutto la commissaria non capiva la risposta e diceva sempre di sì. Sono intervenuto qualche volta di fronte agli svarioni colossali e il presidente mi ha richiamato privatamente. Gli ho detto di avere l'abilitazione di arte, di essere stato assistente volontario di archeologia all'Università e la collegialità della commissione mi autorizzava ad intervenire. Ma quando tu intervieni, l'esame va male – ha osservato l'astuto presidente – e quindi si crea un'ingiustizia. Avevamo idee diverse sulla giustizia, ma ero in minoranza e quindi impotente. La seconda domanda verteva sempre e solo sul Caravaggio, di cui c'era una mostra stupenda (l'ho vista tre volte) a Capodimonte. E qualsiasi risposta, senza mai dialogo, andava bene. Il sottoscritto, quando c'era il così detto colloquio di arte, chiudeva le orecchie, si spostava o usciva a fumare una sigaretta.
Alla sera mi trovavo a passeggiare con il presidente dell'altra commissione, un preside, un focoso romagnolo, che si lamentava della sua commissione. Alla fine abbiamo confrontato i risultati: nella mia commissione una sola eccellenza, un solo 60/100, nella sua almeno 8 o 9 60 e molti voti alti, e si giustificava "mi hanno messo in minoranza". Ho commentato: non ti credo più; conosco la legge e tu, come presidente, avevi i mezzi per equilibrare i voti: bastava chiedere la votazione secondo la legge ed ognuno esprimeva il voto in decimi e poi si sommava. Insomma nella mia commissione, nonostante tutto, i risultati mi sono parsi più controllati.
Ma credo che l'esperienza più traumatica mi sia capitata a Catania: 92 candidati provenienti da diverse scuole private con le conseguenze immaginabili. Allora ai commissari davano 36.000 lire al giorno e basta. Mi ero trovato una stanza al monastero agostiniano: mi avevano ospitato perché ero l'organista presso il monastero agostiniano vicino a casa mia. E fu una fortuna poiché, nonostante le ricerche "mafiose", non erano riusciti a capire dove fossi alloggiato. Anche lì ero l'unico nordico, capitato in quella commissione solo perché era il primo anno di nomine per mezzo del computer e i romani non sapevano ancora controllarlo. A Catania credevano che io fossi un siculo che ritorna in patria: il mio cognome è comune anche in Sicilia. Ma appena dissi qualche parola, ogni dubbio venne fugato: ero un nordico, un polentone veneto. In quella sede le commissioni per gli istituti privati erano scelte ad hoc e ogni anno tutti erano maturi con bei voti, anche i banchi. Quella volta ci furono 14 non maturi e il sottoscritto, appena firmato i documenti e chiuso il pacco, salì in auto con due colleghi vicentini e si fermò a mangiare solo oltre lo stretto.
Sarebbe troppo lungo raccontare il tutto. Basta qualche cenno. Durante gli scritti i gabinetti erano trasformati in biblioteche: libri celati ovunque. Controllavo i commissari interni che suggerivano a tutto spiano e i vassoi di paste che entravano; appena lo seppero, cessò l'entrata dei dolci, ottimi, provenienti dalla vicina pasticceria.
Un commissario interno organizzò una colazione in un ristorante tipico. Quando entrai mi era sembrato di riconoscere un candidato dietro al banco. Quando andai a chiedere il conto, mi fu detto che era già a posto. Dissi che il gruppo non si sarebbe mosso di lì se non dopo aver pagato il conto. Dopo varie insistenze, visto che il nordico era tosto e cocciuto come un mulo, arrivò il conto e la presidente mi ringraziò ma poi feci le mie rimostranze al collega interno che finse di non saper nulla, ma fui sostenuto dalla preside. Era una persona onesta, che tuttavia viveva in un contesto dal quale era difficile essere indipendenti. Mi disse alla fine degli esami: " Lei l'ha scampata bella, volevano eliminarla e avevano trovato falsi testimoni per dichiarare che lei aveva picchiato una candidata durante gli scritti. Ho capito subito, sono intervenuta e ho detto che tutta la commissione si sarebbe schierata con Lei." 
Abbiamo avuto più visite dell'ispettore e del provveditore, il quale fece un commento inopportuno sui nordici che vengono al sud per fare i giustizieri. Gli dissi che ero un notaio che operava a nome dello Stato. Gli chiesi poi: ma perché Lei viene spesso qui? Dovrebbe sapere che la commissione è autonoma, non può discutere degli esami con estranei e Lei per noi lo è. Se viene per salutare, benvenuto, Le offriamo il caffè, ma non chieda nulla sugli esami. Non venne più.
Prima dello scrutinio sparisce la presidente, Aspettiamo: dopo quasi un'ora telefono a casa sua e mi risponde, faccia lei, che è vicepresidente, gli scrutini. Non posso, e Lei lo sa meglio di me. Il vice non può sostituire in sede di scrutinio. Mi ha risposto quasi disperata: "Lei poi se ne torna al nord e dimenticherà la Sicilia, io qui devo vivere." Le ho risposto che io sono uno e la commissione è numerosa ed è facile mettermi in minoranza senza problemi. E' venuta in commissione, ma era spaventata poiché avevo previsto 20 bocciati, cioè tutti quelli che avevano tutte e quattro le prove negative. Poi abbiamo cercato nel curriculum qualche aspetto positivo e abbiamo salvato sei candidati,  ma 14 avventurieri, che non avevano mai studiato, non sapevano le lingue, ma nemmeno le altre materie, sono stati fermati. Lì forse c'era la consuetudine di promuovere tutti, nonostante l'esame, bastava pagare la scuola privata.
E qui mi fermo per non tediare il collega professore, ma ne avrei da scrivere un libro, che tuttavia non credo interesserebbe neppure i docenti, che spesso amano il quieto vivere e non distinguono tra i bravi ragazzi destinati ad essere bravi cittadini e gli avventurieri, venditori di fumo, che nell'Italia del nostro tempo avrebbero più successo.

giovedì 14 giugno 2012

AMMESSI CON OTTO INSUFFICIENZE. UNA TESTIMONIANZA

La conclusione dell'anno scolastico dovrebbe vedere una giusta applicazione dei criteri educativi basati sul merito e sulla verità. Purtroppo può capitare che tali attese vengano frustrate proprio dalle decisioni dei consigli di classe, che in più di un caso sono composti da maggioranze che decidono in un modo che lascia perplessi. In alcuni di tali consigli, cui ho partecipato quale docente, si è deciso di ammettere agli esami di terza media allievi presentati in consiglio con otto insufficienze ed un comportamento non buono. Si rischia quindi che la commissione di esame, se intenderà promuovere tali allievi, dovrà valutare con un nove la prova orale, visto che gli scritti, se non frutto di copia, saranno probabilmente insufficienti. Ho già visto accadere cose simili, ed ho rivisto successivamente quei ragazzi completamente allo sbando: gli si era fatto credere che si può andare avanti senza lavorare. Mi domando quando i docenti che formano tali maggioranze si renderanno conto che non hanno salvato dei ragazzi, ma li hanno danneggiati insieme a tutta la scuola, ed hanno svalutato i titoli di studio (dando così ragione a chi vuole togliere valore legale a tali titoli). Mi domando se contro tali maggioranze esista un rimedio.

Giancarlo Caputi

domenica 10 giugno 2012

PIÙ DI CENTO LETTERE PER LA CORRETTEZZA DEGLI ESAMI DI STATO. FARÀ QUALCOSA IL MINISTRO PROFUMO?


Elenco di chi ha scritto  al ministro Profumo e ai sottosegretari Rossi Doria e Ugolini per chiedere che venga garantita al massimo la regolarità degli esami di Stato:

Adelina Franci, Adriano Gioè, Alberto De Gregorio, Aldo Cusmà Piccione Cadetto, Alessandra Carraro, Alessandro Borsa, Alessandro Gaspari, Alfreda Lizzini, Alma Nardi, Andrea Cittadini Bellini, Angela Venneri, Angelo Messinese, Angelo Moro, Anna Ceresa, Anna Colaianni, Anna Maria Orlandi, Anna Torcé, Anna Maria Tabino Gabbio, Annamaria Gabellini, Antonella Montrezza, Antonello Tinti, Augusto Cosentino, Carla Simonitto, Carola Soncin, Cecilia Pirolo, Claudio Giuggioli, Corrado Sancillo, Cristina Cazzola, Diego Filotto, Donatella Purger, Elena Agostini, Elio Bertini, Elisabetta Tenducci, Emanuele Iemmolo, Emilio Sisi, Ermanno Menarello, Ersilia Sada, Fabio Bray, Fausta Grassi, Fausto Clemente, Francesco Giovannini, G. De Girolamo, Gabriella Buonpadre, Gennaro Lubrano Di Diego, Giacomo Balletti, Gianna Caroti, Gilberta Natale, Giorgio Rembado, Giovanni Ballarini, Giovanni Casarano, Giovanni Ceschi, Giovanni Poggio, Giovanni Rossi, Giuliana Mannarelli, Giuseppe Alfano, Giuseppina Esposito, Giusi Guidetti, Grazia Farina, Gruppo di Firenze, Iolanda Iannetti, Lenella Breviglieri, Lucia Maria Raffaelli, Luigi Peduto, Luigi Silvano, Mara Bettini, Marcello Dei, Marco Panti, Marco Pesola, Maria Calvanese, Maria Novella Alioto, Mariella Monticolo, Marta Guastaldi, Marta Paoli, Massimo Di Menna, Massimo Maurizio, Massimo Primerano, Michele Ciliberti, Michela Mazzola, Nicola Gialanella, Paola Ada Mastellaro, Paola Capaccioli, Paolino Bussone, Paolo Bertini, Paolo Cotroneo, Paolo Tocco, Patrizia Farsetti, Patrizia Soriani, Patrizia Troncon, Pierluigi Alessandrini, Pompeo Mencarelli, Renzo Stefanel, Renzo Venturi, Romano Firmani, Rosa Lucia Fanchin, Sandra Lubrano, Stefania Lepreti, Toni Gargiulo, Ughetta Frangini, Ugo Barbieri, Umberto Pezzella,Vanna Pellegrini, Vittoria Esposito.

MERITOCRAZIA: COME VALORIZZARE TUTTI I TALENTI, di Giacomo Vaciago

Intervento al 4° Convegno Nazionale dei Collegi Universitari di ispirazione cristiana, 11 novembre 2007 – Pubblicato su “Indice” n.2, maggio 2008, anno XXXIII

1. Introduzione
Dir male della scuola italiana – dalle elementari all’università - è di moda. Lo fanno i giornalisti, i politici, e financo gli insegnanti. E non è difficile trovarne motivo: basta vedere gli ultimi scandali delle successioni da padre a figlio sulle cattedre universitarie; e la corruzione messa in atto dai genitori per favorire i figli nelle selezioni a “numero chiuso”. Più in generale, si tende a fare di ogni erba un fascio e si conclude che è tutto mediocre: studenti e docenti. A volte, si guarda meglio alle cose[1], e si osserva che in Italia la scuola – come ogni altra cosa pubblica – è di qualità casuale. Nello stesso edificio, ma anche nella stessa aula, convivono studenti e docenti della più diversa qualità.
Rispetto ai paesi migliori, la nostra vera differenza è che negli ultimi quarant’anni abbiamo rifiutato ogni selezione basata sulla qualità. Se qualcuno volesse provare a fare una buona scuola, che seleziona docenti e studenti sulla base del loro impegno a lavorare per raggiungere risultati migliori della media, gli sarebbe molto difficile se non impossibile. L’obiettivo della nostra politica scolastica è stato infatti quello di evitare che possano esistere scuole di livelli qualitativi diversi: di serie A, di serie B, e di serie C. Poiché averle tutte di serie A è impensabile, meglio che siano tutte di serie C, dove C sta per casuale: le diverse qualità convivono. E’ anche per questo motivo che nelle graduatorie internazionali l’Italia finisce sempre negli ultimi posti: la qualità casualmente dispersa su tante diverse sedi non viene colta dagli indicatori di solito utilizzati.
Conviene proseguire con questo modello, o sarebbe preferibile adottare il modello che da tempo esiste negli altri paesi, migliori di noi, e verso il quale si stanno oggi muovendo anche Francia e Germania? Prima di discutere della possibilità di ottenere una vera riforma nel nostro paese, proviamo a definire quali sono le caratteristiche di un sistema meritocratico con riferimento ad altre esperienze concrete e non su basi soltanto ideologiche. Vedremo poi perché il nostro dibattito sia largamente basato su pregiudizi spesso del tutto infondati: anche chi parla e scrive di queste cose a volte non ha la minima idea di quali siano le altrui best practices.

2. Una scuola per gli studenti
Due anni fa[2] ho scritto un breve editoriale in cui proponevo di confrontare due modi opposti di occuparsi di università: il modello inglese e quello italiano. Qual’ era la differenza principale? Nel caso inglese (“Libro Bianco sul futuro dell’istruzione universitaria” del gennaio 2003, e successiva Riforma dell’Università del luglio 2004), ci si occupava soprattutto degli studenti: condizioni del loro accesso agli studi universitari; costo e sostegno ricevuto; eccellenza nella didattica; forme di partecipazione attiva alla vita universitaria. Nel caso italiano (Legge 4 novembre 2005, n. 230), la parola “studente” non era neppure presente nel testo della nuova legge, che riguardava unicamente i docenti. A ben guardare, il contrasto non si limita a quest’ultimi due episodi e non riguarda solo l’università. È per l’intero mondo della scuola che nel nostro paese da anni prevalgono gli interessi, a volte legittimi, del personale, docente e non docente. Ciò in parte vale anche negli ultimi due documenti dell’attuale Governo:
1) Misure per il risanamento finanziario e l’incentivazione dell’efficacia e dell’efficienza del sistema universitario, Ministero dell’Economia e delle Finanze, Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica, 31 luglio 2007
2) Quaderno bianco sulla scuola, Ministero dell’Economia e delle Finanze-Ministero della Pubblica Istruzione, settembre 2007.
Ambedue meglio scritti del solito, e con intelligenti considerazioni sul problema della qualità dell’istruzione in Italia, finiscono però col concentrarsi solo su cosa si dovrebbe fare dal lato dei docenti.
Il documento sull’Università riflette i lavori della Commissione Tecnica per la Finanza Pubblica, nell’ambito della cosiddetta spending review. Contiene un lungo elenco di problemi e difetti dell’attuale sistema universitario, che si riassume in 2 righe: “si registra la sostanziale assenza di qualunque meccanismo di mercato che premi gli atenei meglio in grado di rispondere adeguatamente alla domanda proveniente dalle famiglie e dalle imprese” (p. 4). In altre parole, le differenze di merito o non esistono o non sono comunque riconosciute. I rimedi proposti collegano giustamente le future maggiori risorse finanziarie al merito:
1) Vanno migliorati – e fatti rispettare – i criteri con cui le università sono finanziate.
2) Occorre aumentare nel tempo la quota di fondi attribuita a ciascuna università secondo il merito.
3) Il merito è da valutare sia in termini di qualità didattica sia di risultati della ricerca
scientifica.
Su quest’ultimo aspetto dovremo tornare, perché anche la valutazione della qualità può essere fatta in modi diversi (guardando ai dati medi o marginali; ai dati di flusso o di stock) a seconda degli obiettivi perseguiti. E comunque ciò che più preoccupa di questo documento è l’allarme lanciato sull’urgenza di prevenire casi di insolvenza, visto il dissesto finanziario in cui si trovano università da tempo mal gestite.
Il “Quaderno bianco sulla scuola” è un’ampia (Appendici comprese, sono 256 pagine) analisi dei problemi, e dei relativi rimedi, per ottenere una migliore qualità della nostra scuola. Anche in questo caso – come visto per l’Università – è centrale la proposta di “un sistema nazionale e una cultura di valutazione della scuola”. E in proposito è chiaramente sottolineata la necessità di “valutazione esterna dei progressi degli studenti” (p. II), o come ancora più chiaramente si precisa: “l’esigenza di misurare, oltre allo stato delle conoscenze e competenze degli studenti, il loro progresso (gain), anche come base indispensabile per valutare il “valore aggiunto” della scuola tenendo conto del contesto socio-economico e culturale degli studenti” (p. 86).
Qualcosa che si sperimentò in Italia con il progetto PROMETEO promosso dal Ministero all’inizio degli anni ’90 (con prove in ingresso e in uscita della scuola secondaria superiore) che però non ha avuto seguito. Più che confrontare scuole e scolaresche diverse, ciò che conta è infatti valutare i progressi degli (stessi) studenti nel tempo. Ed è questo che viene ora promesso. Non possiamo non avvertire che se attuato ciò significherebbe una rivoluzione più che una riforma della scuola italiana. Per una serie di ragioni che è opportuno brevemente ricordare. Anzitutto, la novità radicale rappresentata da un sistema di valutazione rigoroso e formalmente costituito, applicato a tutti gli studenti. E quindi una preliminare individuazione degli indicatori rilevanti per misurare i progressi degli studenti stessi.
Come è noto, dopo la provocazione rappresentata dal Rapporto Coleman (1966), quarant’anni di ricerche svolte soprattutto negli Stati Uniti e in Gran Bretagna hanno dimostrato che non è facile trovare una relazione univoca tra le risorse investite nella scuola, la sua qualità, e l’esito in termini di miglior capitale umano così prodotto.
Diciamo che i risultati dipendono anche dai compiti attribuiti e dagli obiettivi assegnati,
cioè dalla mission (come si dice oggi, nel linguaggio dei consulenti) svolta dalla scuola. E in particolare, non è facile distinguere il contributo dato dalla scuola da quello rappresentato dalla famiglia e dai compagni, se la qualità della scuola non è perseguita in modo sistematico e per lunghi periodi di tempo, combinando in modo appropriato le regole della competizione e della valutazione. Chi prende in esame[3] i tentativi abortiti della riforma Berlinguer prima e Moratti poi, è indotto a giudicare positivamente l’approccio portato avanti dall’attuale Ministro della Pubblica Istruzione, che ha rinunciato alla scure per ricorrere al cacciavite, cioè per fare qualche buon intervento di “manutenzione”, iniziando da un’immagine di maggior serietà della nostra scuola. Resta il fatto che solo una radicale svolta in termini di autonomia cum responsabilità, combinata a merito cum valutazione, potrà consentire a tutta la scuola italiana – dalle elementari all’Università - di recuperare rispetto alle migliori esperienze degli altri Paesi.
L’uniformità e la centralizzazione del nostro sistema educativo non possono essere infatti dimenticati quando si legge[4] che “……benché alcune regioni italiane abbiano dimostrato di aver raggiunto standard di eccellenza mondiali, i risultati italiani appaiono complessivamente deludenti, registrando nella fascia degli studenti quindicenni livelli di
performance decisamente inferiori agli standard rilevati nella maggior parte dei paesi industrialmente avanzati, evidenziando lacune talora equivalenti a più anni scolastici, a dispetto di investimenti nel settore educativo comparativamente elevati. Quasi uno studente italiano di quindici anni su tre raggiunge appena o addirittura si pone al di sotto del livello minimo di conoscenze matematiche, con il serio rischio di compromettere il passaggio iniziale dal mondo della scuola a quello del lavoro e di non riuscire a godere appieno dei benefici legati ai successivi gradi di istruzione, nonché alle opportunità di apprendimento e di formazione continua. Gli studenti italiani appaiono infine più inclini ad affrontare uno specifico compito piuttosto che a focalizzarsi sulla riproduzione dello schema scuola/sapere; spesso hanno difficoltà ad applicare le competenze e le conoscenze acquisite in aree tematiche chiave e mostrano scarse capacità di analisi, ragionamento e comunicazione, nel momento in cui si trovano a porre, risolvere ed interpretare problemi in situazioni diverse e contesti nuovi, denotando così l’inconsistenza di tali competenze, destinate invece ad assumere una sempre maggiore rilevanza nella loro vita futura.
Al contrario, le elevate performance registrate in paesi quali la Finlandia, il Canada ed il
Giappone confermano che l’eccellenza nell’istruzione costituisce un obiettivo possibile, raggiungibile a costi ragionevoli e che elevati livelli di performance sono compatibili con una distribuzione socialmente equa delle opportunità di apprendimento”.
Quando andiamo a guardare da vicino i sistemi educativi considerati molto migliori del nostro, scopriamo[5] che la qualità migliore si ottiene combinando autonomia scolastica con esami finali centralizzati a livello nazionale (per evitare che vi sia competizione “al ribasso” e contrastare la miopia delle famiglie che privilegiano le scuole più facili e/o dai voti più alti). E ancora che i migliori risultati si ottengono con molta competizione “sia tra gli studenti per entrare nelle scuole migliori, sia tra le scuole per attrarre gli studenti migliori” (cit. p. 99). Sono queste le caratteristiche che portano a spiegare l’ottima performance di un sistema scolastico come quello della Finlandia, in particolare dal punto di vista dei test PISA (Programme for International Student Assessment) e nonostante una spesa per studente (sia in termini di spesa totale sia in termini del rapporto docenti/studenti) relativamente contenuta e di molto inferiore a quella dell’Italia. È emblematico che volendo riassumere le caratteristiche di un sistema educativo eccellente si sottolinei (cit., p. 96) che l’influenza del background socio economico degli studenti sulla loro learning performance risulta fra le minori dei paesi OCSE (e sono diverse decine di paesi!) cui si applicano i test PISA. Sembra questa la miglior definizione di un sistema “meritocratico” : conta poco l’origine familiare, che è l’unica cosa di cui non abbiamo alcun merito!
3. Le condizioni della meritocrazia
Parlare di merito e di talento è di moda; ma soprattutto in Italia suscita anche diffidenza e resistenze, quando non opposizione aperta. Probabilmente perché i generici riferimenti alla necessità di “valorizzare i più bravi”, ed alla scuola descritta come un luogo dove dovrebbe “vincere il migliore”, servono solo ad evocare il timore del privilegio, del rischio cioè che si associa ad ogni discriminazione, anche positiva, quando tende a diventare definitiva. È ovvio – almeno a chi ha studiato le “migliori esperienze” – che il contrario dovrebbe essere vero, se la meritocrazia è per l’appunto inserita in un processo dinamico anche detto in gergo “di giochi ripetuti”, dove la valutazione è continua come continua è la competizione che ciascuno deve affrontare.
Chi sostiene i benefici portati all’intero paese da un sistema educativo basato su regole meritocratiche ritiene perciò che l’aspetto da sottolineare non sia tanto lo slogan: “il migliore vince”, ma piuttosto quello assai diverso che recita: “chi migliora vince”. È infatti questo il messaggio più autentico che si può estrarre dalla “Parabola dei talenti” (Matteo, 25). I tre servitori hanno ricevuto dal loro padrone talenti in misura diversa, rispettivamente cinque, tre, ed uno, e il compito loro assegnato è di “far fruttare” ciò che hanno avuto. Quello che conta per essere giudicati positivamente non è il differente punto di partenza, né quello di arrivo, ma l’impegno profuso a far crescere la dote iniziale, qualunque essa sia. In altre parole, il messaggio più profondo (ovviamente, come vedremo, molto ambizioso ed assai impegnativo per essere realizzato) è quello che “vince chi migliora di più”. Ciò corrisponde ad un sistema educativo che rispetta le seguenti condizioni – tutte e tre essenziali – riferite alla valutazione:
i) processo di valutazione continua, e “ordinale”, dei progressi conseguiti dagli studenti;
ii) particolare riferimento ai talenti di ciascuno, per favorire lo sviluppo delle vocazioni individuali, tutte considerate di pari dignità;
iii) esami finali nazionali, che garantiscono la correttezza della competizione tra i diversi studenti di ogni scuola e tra le diverse scuole del Paese.
Un sistema educativo con queste caratteristiche non prevede esami di riparazione: qualcuno ha mai provato a dire in inglese che un qualche studente è stato “rimandato a settembre”? E non è neppure pensabile che in una scuola vi sia un elevato numero di studenti bocciati, non importando che vengano sparpagliati in tante classi diverse o riuniti tutti nella stessa classe, come quest’anno si è fatto in quel di Genova… È invece importante che la valutazione degli studenti, cioè dei progressi (gain) da loro conseguiti nelle discipline di loro scelta, sia esterna alla scuola ed ampia, quindi in grado di valutare le scuole stesse e non solo gli studenti. È con metodi di questo tipo che il primo governo Blair dieci anni fa decise di chiudere (ripeto, chiudere) 42 scuole inglesi, perché assai scadente era risultata la performance di quegli studenti!
Come è possibile che in Italia si continuino a leggere testi ufficiali come quelli sopra citati, in cui si denuncia la povertà dei risultati conseguiti da tanti nostri studenti, senza che poi non vi sia alcuna reazione?
4. Cooperare e competere
I due valori tipici di una classe dirigente sono la cooperazione (cosa fai insieme agli altri) e la competizione (cosa fai per superare gli altri). Non a caso, sono i valori tipici dello sport di squadra: fatichi insieme ai tuoi, per competere con gli altri, cioè tu lavori nell’interesse tuo e di tutti i tuoi compagni, per vincere nei confronti delle altre squadre. Sono valori che dovrebbero essere parte di ogni processo educativo, e quindi non limitarsi allo sport (che pure fa bene, e non solo ai muscoli….), ma comprendere l’apprendimento e la sua valutazione. In Italia, il problema vero da affrontare è dunque quello della “concentrazione” della qualità. Nello sport ciò si realizza da tanto tempo: le squadre sportive continuamente selezionano giocatori di equivalenti doti e abilità, per farli competere con i loro pari di altre squadre. C’è quindi la serie A; e poi c’è la serie B; e così via. Il tutto accompagnato dagli incentivi più idonei, sia monetari sia di altro tipo. Se tanti paesi hanno adottato questo modello per il loro sistema scolastico – dalle elementari all’Università – una serie di ragioni valide ci deve essere. E vanno ricondotte in estrema sintesi al principio – tipico dello sport – secondo cui ciascuno ottiene il suo risultato migliore se partecipa ad una competizione che può vincere, perché tra pari. Ciò vale per i docenti come per gli studenti. Nello sport, diremmo che allenatori e giocatori devono essere di comparabile qualità: nessuno darebbe il miglior allenatore esistente ad una squadra di serie B; e nemmeno si farebbe il contrario, affidando la squadra migliore ad un allenatore ancora inesperto o comunque modesto. Ed è questo ciò che vediamo succedere nei paesi che hanno tante buone scuole e tante buone Università.
Ma proprio perché abbiamo prima sottolineato la necessità di una continua valutazione, sarà bene precisare anche che gli obiettivi da conseguire devono essere quelli di favorire non una generica definizione di merito, comunque distribuito, ma quella qui più volte ribadita dell’interazione tra pari fatta di cooperazione cum competizione di studenti, di studenti e docenti, e di docenti. I criteri con cui si procede alla valutazione devono quindi essere scelti con cura. Altrimenti, anche in questo caso si rischia di fare il contrario di quelle che sono le altrui best practices.
Qualcosa del genere è quanto abbiamo visto in Italia con il primo esperimento di valutazione della ricerca scientifica svolta dalle università realizzato dal CIVR (Comitato di indirizzo per la valutazione della ricerca). Era sembrato che ci fossimo ispirati al modello inglese che ha ormai un’esperienza consolidata di vent’anni[6]. In realtà, il modo con cui in Italia si è iniziato a valutare la ricerca presenta due differenze significative: anzitutto, perché da noi si è misurato il flusso realizzato in un certo  periodo e non lo stock di ricerca accumulato a un dato momento. Inoltre, nel caso italiano l’Università poteva presentare alla valutazione la ricerca migliore realizzata anche da un solo ricercatore; mentre nel caso inglese si deve sempre valutare la ricerca svolta da ciascuno. E’ dunque evidente che il diverso metodo di valutazione porta a risultati nel tempo assai diversi[7]: nel caso italiano, si tende a premiare la buona ricerca già svolta mentre il sistema inglese privilegia il potenziale di buona ricerca futura. E ancora, il sistema italiano accetta e consolida la situazione attuale caratterizzata dalla “dispersione” dei migliori tra le tante università (l’università che ha già un ricercatore di eccellenza internazionale non ha alcun stimolo ad averne altri). Al contrario, il metodo inglese del RAE induce la concentrazione dei migliori in poche sedi.
Problemi ancora diversi si hanno quando non si valuta l’attività di ricerca scientifica, ma l’attività didattica. Anche qui abbiamo già una significativa esperienza di altri paesi, sia per la scuola sia per l’Università. E qualche buona ricerca negli ultimi  anni è stata fatta su questo tema anche per l’Italia. Si possono ricordare studi alla Coleman sulla ridotta capacità esplicativa della spesa per i docenti – o più precisamente del rapporto docenti/studenti – sul miglioramento dell’apprendimento scolastico[8]. Cui si aggiungono risultati di recenti analisi che dimostrano[9] invece l’importanza degli investimenti in edifici e attrezzature (biblioteche, laboratori, etc). Peccato che le politiche tuttora perseguite in Italia si siano caratterizzate per la prevalenza della assunzione di docenti: abbiamo privilegiato la numerosità degli insegnanti pur sapendo che era la cosa meno importante da fare ai fini del successo del processo formativo!
5. Come si fanno le riforme
Come si passa dal nostro attuale sistema a qualità casuale a quello alternativo, e migliore, in cui si applicano regole di tipo meritocratico? La questione non è banale e rientra in un problema più generale di “teoria e pratica delle riforme”. Supponiamo di aver dimostrato che rispetto alla situazione attuale vi sia un diverso equilibrio, molto migliore: come, e in quanto tempo, si passa da un equilibrio all’altro?
Tre aspetti meritano di essere sottolineati:
1) Per molte riforme, vi sono all’inizio soprattutto i costi, mentre i benefici si manifestano in seguito. In altre parole, inizialmente vi è una situazione di benefici netti negativi. Occorre quindi molta lungimiranza condivisa per avviare processi di riforma che promettono all’inizio molti scontenti.
2) Come è spesso vero nel caso dei “giochi cooperativi”, è chiaro che in tanto qualcuno accetta il nuovo equilibrio in quanto pensa che anche gli altri lo faranno. Cioè dobbiamo condividere l’esito finale sapendo che conviene a ciascuno e che quindi ciascuno farà la sua parte. Ma questa situazione deve essere “garantita” da chi ha il potere (e quindi il dovere) di farlo.
3) Se non si adotta un metodo di “big bang” (una volta preparato tutto, c’è una data precisa - una sorta di D-Day - in cui il nuovo mondo entra in funzione); allora bisogna gestire la transizione più o meno graduale dal vecchio al nuovo. Bisogna quindi avere tutte le tappe ben specificate; essendo chiaro ciò che deve succedere in ciascuna fase; e così via. Mentre in finanza prevale il modello “big bang” o comunque le transizioni sono assai brevi (il changeover dalla lira all’Euro durò il primo trimestre del 2002), nelle riforme sociali è di solito vero il contrario. Il nuovo si applica ai nuovi, cioè ai flussi e non agli stock, e quindi il sistema va a regime molto lentamente. Se volessimo davvero riformare la scuola italiana – dalle elementari all’Università – il nuovo modello andrebbe a regime in vent’anni!

6. Conclusioni

Scrivendo[10] del nostro mancato rispetto del dovere costituzionale (art. 34) di far sì che i “capaci e meritevoli” accedano ai “gradi più alti degli studi”, ponevo la domanda : perché nessuno dei nostri tanti partiti politici attribuisce rilievo a questo aspetto nel suo programma? Non credo che riusciremo mai a fare riforme meritocratiche della nostra scuola, se questa esigenza non è per niente avvertita dalla politica, e quindi anzitutto dai cittadini.
Se andiamo a vedere i programmi elettorali della Casa della Libertà e dell’Unione, alle elezioni del 9-10 aprile 2006, è evidente che il contrasto non avrebbe potuto essere maggiore. La Casa della Libertà si limitava ad elencare la Riforma della scuola tra “le 36 grandi riforme del Governo Berlusconi” e pure inclusa nell’elenco era la Riforma della docenza universitaria. Null’altro si proponeva per il futuro, se non per l’Università la “libera trasformabilità delle università in Fondazioni, in modo da aprire le università italiane ai contributi della società civile, al mercato, all’estero”. Molte più pagine dedicava invece alla scuola ed all’università il programma elettorale dell’Unione che in proposito titolava “conoscere è crescere” e “investire nella scuola”. Più volte ribadito il concetto che era urgente abrogare la legislazione del centro destra e “voltare pagina” rispetto alle politiche attuate nei cinque anni precedenti, correggendone tutti gli errori. In una decina di pagine, si proponeva di coinvolgere di più gli insegnanti nelle riforme da fare; si sottolineava il rilievo dell’autonomia, ma ribadendo anche i forti doveri dello Stato; si individuavano moltissimi problemi e altrettanti rimedi per quasi ogni aspetto del nostro sistema educativo: dalla “lotta ad ogni forma di precarietà, con l’immediata copertura di tutti i posti vacanti, immettendo in ruolo coloro che già lavorano nella scuola” alla “promozione della qualità in tutti gli atenei, tramite una valutazione continua ed efficace”.
Come si riesce a rimettere ordine in una materia così importante, quando da una parte c’è chi dice che tutti i problemi sono già stati risolti, e dall’altra parte c’è invece chi dice che è tutto da rifare, anzi è da fare tutto e il suo contrario? E’ ovvio che il primo dovere di chi crede che la questione sia di importanza decisiva per il futuro del Paese è quello di tornare a “fare cultura” cioè spiegare al prossimo, vicino e lontano, quali sono i veri termini del problema, le alternative soluzioni, gli strumenti da adottare, e così via. Qualcosa che sta avvenendo[11] con editoriali sui quotidiani; con conferenze; e ancora con lezioni autorevoli, come sta facendo il Governatore della Banca d’Italia. Nei suoi ultimi due interventi[12], è stato sostenuto con grande chiarezza che:
1) La crescita dipende dalla qualità del capitale umano.
2) Questo a sua volta richiede scuole di qualità, sia per valorizzare le intelligenze più brillanti sia per innalzare l’apprendimento di tutti i ragazzi.
3) Occorre dunque una coraggiosa riforma del sistema d’istruzione, per sollecitare i giovani a investire seriamente in capitale umano, essendo consentito loro di valutare e selezionare la qualità dell’istruzione ricevuta.
4) I fondi pubblici per una parte dovrebbero finanziare gli studenti meritevoli, il resto andrebbe ripartito tra le università in funzione dei risultati conseguiti, misurati tramite rigorosi processi di valutazione. Per realizzare tutto ciò, è necessario risolvere molti problemi : organizzativi (il sistema formativo, dalle elementari all’università, è la più grande struttura burocratica del paese); politici (occorre un consenso condiviso mantenuto a lungo,
cioè tra più successivi governi) e culturali: la meritocrazia non è l’incubo temuto dai sociologi radicali[13] che si illudono possano esistere altri modi più tranquilli e condivisi con cui realizzare obiettivi di giustizia sociale. Soprattutto nell’odierna decadenza del valore di quello che eravamo abituati a chiamare “bene comune”, una robusta iniezione di pratiche meritocratiche sembra in Italia indispensabile.

[1] Per un’eccezione all’imperante pressappochismo con cui oggi si parla di scuola – senza neppure fare lo
sforzo di studiarne prima i problemi – vedi due opere recenti: M. Dei, La scuola in Italia, Mulino, Bologna, 2007; e A. Scotto di Luzio, La scuola degli italiani, Mulino, Bologna, 2007. Quest’ultimo volume ci spiega la storia della scuola italiana dal risorgimento a oggi, e bene illustra il passato scontro tra cultura comunista e cultura cattolica. L’opera di Marcello Dei si concentra invece sul tourbillon di riforme degli ultimi otto anni: è la scuola che più volte diversamente promessa ancora non c’è.
[2] Vedi G. Vaciago, L’Italia è un Paese per i giovani?, “Il Sole 24 Ore”, 13 novembre 2005.
[3] Vedi P. Ferratini, La riforma della scuola e una battaglia politica permanente, “Il Mulino”, 5, 2007, pp. 844-855.
[4] Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, Conferenza nazionale sugli apprendimenti di base, Roma 9-10 febbraio 2005, p. 6.
[5] Vedi CESifo, Prospects for Education Policy in Europe, in “Report on the European Economy 2006”, March 2006, pp. 89-100.
[6] Il cosiddetto RAE (Research Assessment Exercise) è stato avviato nel 1986.
[7] Vedi G. De Fraja, Publish or perish: il meccanismo di valutazione della ricerca del Regno Unito, Aprile 2007.
[8] Vedi G. Brunello - D. Checchi - S. Comi, Qualità della formazione scolastica, scelte formative ed esiti
nel mercato del lavoro, in Banca d’Italia, L’efficienza nei servizi pubblici, Roma 2003, pp. 229-308.
[9] Vedi D. Checchi, I vincoli del sistema scolastico e la formazione delle competenze, “Il Mulino”, 1, 2007, pp. 80-90.
[10] Vedi G. Vaciago, Ancora sul merito, “Il Mulino”, 2, 2007, pp. 369-371.
[11] Vedi anche il mio La legalità e il merito non sono alternativi, “Il Sole 24 Ore”, 10 maggio 2007.
[12] Vedi M. Draghi, Dalla ricerca all’innovazione per la crescita economica, 24 luglio 2007 e Consumo e crescita in Italia, 26 ottobre 2007.
[13] Il cui manifesto è ancora la divertente satira di Michael Young The Rise of the Meritocracy, che sta per
compiere i 50 anni, e resta un utile ammonimento contro i pericoli della meritocrazia elevata ad ideologia.

venerdì 8 giugno 2012

PRODUZIONE DI PLAGIO ATTRAVERSO IL NON-PLAGIO, di Marcello Dei

Copiare una prova di valutazione è un’attività ripetibile dal punto di vista del soggetto, del suo comportamento e della sua disposizione mentale. Spesso chi ha copiato ci riprova. In certi casi la copiatura può essere replicata anche dal punto di vista dell’oggetto, il materiale copiato può non essere di prima mano. A differenza della soluzione di un compito di matematica o di una traduzione dal latino, che più persone possono impunemente impiegare nel corso della stessa prova, l’uso collettivo di un saggio preconfezionato è facilmente smascherabile. A rigore di logica non dovrebbe quindi meravigliarci un fenomeno che a prima vista sembra paradossale: negli Usa decine di siti web offrono in vendita elaborati d’esame, temi svolti e tesi belle e pronte resi appetibili dall’ammiccante intestazione “100% Non-plagiarized”.
Benjamin Barber (Consumàti. Da cittadini a clienti, Einaudi 2010) cita alcune di queste società che offrono saggi su qualsiasi argomento, per qualsiasi scadenza e con la garanzia “nessun plagio” con la quale la società “intende presumibilmente sostenere di non avere personalmente commesso plagio nell’elaborazione delle prove d’esame messe in vendita, in modo che lo studente che le acquista possa avere la garanzia di essere l’unico plagiario coinvolto nell’operazione”.

martedì 29 maggio 2012

PROFUMO VUOLE PREMIARE IL MERITO. NEL MODO GIUSTO?

In un commento sul “Corriere della Sera” di domenica, Andrea Ichino esprime una valutazione critica sul recentissimo annuncio del ministro Profumo di voler premiare gli studenti migliori. La vera urgenza, sostiene, è quella di premiare i migliori, sì, ma fra i docenti: "...La sperimentazione ministeriale “Valorizza”, nel passato anno scolastico, aveva disegnato un modo per identificare e premiare gli insegnanti migliori basato sulla loro reputazione all’interno di una scuola, misurata in termini di giudizi positivi dei colleghi, delle famiglie e degli studenti. Non di una sola di queste tre componenti, ma di tutte e tre. L’idea era proprio di premiare quegli insegnanti che tutti indistintamente apprezzano. Quelli di cui gli studenti si ricordano anche dopo 40 anni. Questa sperimentazione, certamente migliorabile ma che aveva dato risultati davvero incoraggianti (e ancor più ne darebbe se il Miur si decidesse a pagare i premiati!), è stata invece affossata dal Ministro sotto la pressione dei sindacati, che vogliono mantenere il diritto di contrattare ogni elemento della retribuzione per poter dare “premi” a tutti, buoni e cattivi..." . Ichino fa quindi sua la politica premiale del precedente ministro: si possono anche premiare gli studenti migliori di ogni singola scuola, ma va pure dato un riconoscimento ogni anno agli insegnanti più bravi, che in fondo costituiscono per i loro allievi il "premio" più bello. 
Questo avrebbe però a mio parere conseguenze mortificanti per una buona parte della categoria, cioè proprio per tutti i bravi e seri colleghi, che magari sono di poco inferiori nell'apprezzamento di famiglie e studenti. Inoltre qui non si parla affatto di sanzionare il demerito professionale, riprendendo più o meno consapevolmente la logica del concorso berlingueriano di anni fa e cioè di premiare i buoni (?) insegnanti e di lasciare al loro posto quelli cattivi.
In altre parole, fare ogni anno la graduatoria dei docenti più bravi, assegnando la palma al migliore, pur con criteri oggettivi nella selezione, non creerebbe una virtuosa competizione ed emulazione tra i colleghi, anzi sarebbe un'ulteriore fonte di divisione e di reciproche invidie tra chi vede da un lato premiare uno o più colleghi, magari di pochissimo più apprezzati di lui, dall'altro il collega assenteista e/o incapace che continua a essere trattato come chi fa il proprio dovere. Nota a questo proposito Giorgio Allulli in un approfondito intervento in tema di valutazione sul numero 3 di “Scuola Democratica”,  che molti sostengono che “la sollecitazione di una competizione tra i docenti compromette la cooperazione all’interno della scuola, che invece rappresenta un valore ed una dimensione fondamentale di un efficace insegnamento”.
Last but not least: premiare ogni anno pochi insegnanti di fatto significherebbe rimandare alle calende greche la questione del riconoscimento economico di una categoria professionale, che da anni ha un livello retributivo da paese del terzo mondo, come tutti riconoscono. Lo fa anche lo stesso Ichino, trovando però una soluzione, che sa di ennesima beffa alla maggior parte degli insegnanti italiani.
Critico anche Giorgio Israel sul “Messaggero”, ma da un punto di vista diverso: a chi tocca valutare gli insegnanti? “Non si vuol prendere atto che l’unico sistema valido è quello delle ispezioni, concepito come un processo interattivo all’interno del sistema capace di attivare il fine autentico della valutazione, ovvero un processo di crescita culturale”. Non parliamo poi del criterio di cui si parla per individuare le buone scuole: il minor numero di bocciati: “In questo caso, basterà promuovere tutti per diventare «eccellenti»”.  (SC)

mercoledì 23 maggio 2012

LETTERA AL MINISTRO PROFUMO SULLA REGOLARITÀ DEGLI ESAMI DI STATO

Signor Ministro, Le scriviamo anche a nome dei 558 insegnanti e presidi che un anno fa, alla vigilia degli esami conclusivi del primo e del secondo ciclo di studi, firmarono una pubblica dichiarazione da noi promossa, che alleghiamo e che così si concludeva:
Dichiariamo pubblicamente che ci impegneremo per far sì che gli esami si svolgano in un clima sereno, ma nel rispetto della legalità, dell’equità e dell’imparzialità, a tutela del prestigio della scuola italiana, di coloro che vi operano con ammirevole impegno e dei tanti studenti che si preparano con serietà a questa importante prova.”
La nostra iniziativa nasceva dal constatare la crescente perdita di credibilità di questi importanti momenti della vita scolastica. Le ripetute notizie di stampa, le testimonianze che ci arrivano, la nostra personale esperienza sono concordi nell’indicare che l’affidabilità dei risultati è non di rado inquinata sia dalle possibilità di comunicare con l’esterno offerte dalla tecnologia, sia dallo scarso rigore nella vigilanza di una parte dei colleghi, che a volte purtroppo diventa tolleranza o persino complicità. Si tratta di comportamenti in evidente contrasto con l’idea che la scuola è anche, e forse prima di tutto, educazione alla responsabilità e al rispetto delle regole, e per questo ci permettiamo di farLe presente la necessità e l’urgenza di prendere tutti gli opportuni provvedimenti per garantire il regolare svolgimento degli esami di Stato.
Uno dei problemi da affrontare è costituito dall’attività di quei siti, ai quali viene consentito di pubblicare traduzioni e soluzioni di problemi e addirittura di mettere in piedi un servizio di sms per inviarle direttamente ai candidati che lo chiedono. Oltre a intervenire sui comportamenti che costituiscono veri e propri reati, è da valutare la possibilità di stabilire che traduzioni e soluzioni delle prove d’esame possano essere pubblicate solo dopo che esse si sono svolte. Esistono inoltre strumenti poco costosi che interferiscono con la ricezione dei cellulari.
Sul versante della vigilanza, è indispensabile impartire per tutte le prove d’esame rigorose disposizioni, sottolineando che la scuola deve formare i futuri cittadini al rispetto delle leggi e alla lealtà. L’esclusione dall’esame, infine, non deve restare una mera previsione teorica, ma essere prospettata come una possibilità concreta.
Signor Ministro, probabilmente il più forte motivo di consenso al governo di cui Lei fa parte è lo stile improntato alla serietà, al senso delle istituzioni e al rigore nel far rispettare le regole a garanzia dei diritti di tutti. Confidiamo pertanto in un suo intervento per assicurare la massima correttezza nello svolgimento degli esami, che per i cittadini rispettosi delle leggi, abituati a veder premiata la furbizia, costituirebbe indubbiamente un motivo di speranza per il futuro del paese. 
Grazie dell'attenzione. Con i più cordiali saluti,
Sergio Casprini Andrea Ragazzini Giorgio Ragazzini Valerio Vagnoli
Firenze, 15 maggio 2012

DUE LETTERE DI GIORGIO REMBADO AL MINISTRO SULLA REGOLARITÀ DEGLI ESAMI

Onorevole Ministro,
il “Gruppo di Firenze”, che già nel 2011 si fece promotore di analoga apprezzabile iniziativa, ha reiterato quest’anno il suo appello affinché sia garantita, da tutti coloro che hanno l’onere di provvedere, la regolarità dello svolgimento degli Esami di Stato conclusivi dei cicli di istruzione, con particolare riferimento a quelli del secondo ciclo.
Questa Associazione, la più rappresentativa sigla dei dirigenti scolastici, si era associata fin dall’inizio a quella richiesta ed intende farlo anche questa volta, condividendone appieno lo spirito ed i valori. In particolare, ritiene che – all’indomani dell’esecrabile attentato di Brindisi – sia più che mai necessario riaffermare che la scuola è luogo di valori civili condivisi, oppure viene meno alla sua funzione.
Sarebbe poco credibile una scuola che ritrovi il senso etico collettivo della propria missione solo in occasione di lutti, ma lo smarrisca nelle ordinarie circostanze nelle quali deve dar prova che quei valori sono radicati in profondità nell’agire quotidiano dei propri docenti e dei propri studenti.
Per questi motivi, Signor Ministro, nel far nostro l’appello del “Gruppo di Firenze”, rivolgiamo a Lei ed alle strutture amministrative che dal Suo ufficio dipendono l’invito a voler adottare tutte le più concrete ed incisive misure affinché la serietà e la credibilità delle prove d’esame sia garantita a tutti: candidati, commissari e cittadini.
Per parte nostra, invieremo questo appello alle nostre articolazioni territoriali ed a tutti gli iscritti perché provvedano a diffonderlo ed a farlo adottare nelle proprie scuole.
E’ gradita l’occasione per porgere distinti saluti.
Giorgio Rembado
Presidente nazionale Anp
22 maggio 2012

Successivamente, Rembado ha scritto al Ministro una seconda letteraproponendo una soluzione concreta per evitare la trasmissione via cellulare delle prove d'esame. Vedremo se ci sarà la volontà politica da parte di Profumo di affrontare questo importante aspetto del problema. Leggi