sabato 28 febbraio 2015

RELAZIONE INTRODUTTIVA ALL'INCONTRO-DIBATTITO "UNIFICARE ISTRUZIONE E FORMAZIONE PROFESSIONALE?"

Si è tenuto ieri pomeriggio a Firenze l’incontro-dibattito Unificare l’istruzione e la formazione professionale?, a cui hanno partecipato, oltre al relatore principale, il professor Michele Pellerey, il sottosegretario all’istruzione Gabriele Toccafondi e l’assessore regionale all’istruzione e alla formazione Emmanuele Bobbio, tutte e due autori di ampi interventi. Pubblichiamo la relazione introduttiva di Valerio Vagnoli, membro del Gruppo di Firenze e dirigente dell’Istituto Alberghiero “Aurelio Saffi”.
Buonasera, vi ringrazio per la partecipazione e mi fa piacere notare che diversi di voi furono presenti anche al nostro primo convegno sulla formazione professionale del novembre 2009 all'Istituto degli Innocenti. Dal quell’incontro uscì, di fronte alla constatazione delle evidenti disfunzionalità del percorso statale di istruzione professionale, una proposta ben precisa che l'anno seguente sarebbe stata fatta propria anche da 85 presidi toscani e che consisteva nel richiedere alla costituenda Giunta regionale di avviare in tutte le provincie e in un certo numero di istituti la sperimentazione di percorsi triennali di formazione professionale a cui accedere dopo l'esame di licenza media.
Le cose per un po’ andarono diversamente; la Regione Toscana adottò infatti il sistema integrato che, seppure scelto dalla maggior parte dei ragazzi, non ha evitato che l'abbandono scolastico continuasse ad essere tra i più preoccupanti dell'intero Paese. Negli ultimi anni qualcosa è iniziato a cambiare e finalmente, proprio in accordo con la Regione, si stanno sperimentando in due istituti alberghieri dei percorsi complementari che dal prossimo anno scolastico saranno offerti anche da altre scuole e per altri indirizzi. La sperimentazione, come sapete, è resa possibile grazie alle quote di flessibilità e alla condivisione delle stesse quote con l'Ufficio scolastico regionale. In virtù di tutto ciò è possibile togliere dal curriculum, ore di alcune discipline dell'area comune per far posto ad  altre ore delle cosiddette materie di indirizzo. Tutto all'apparenza sembrerebbe tornare, se non vi fosse alla base la sconcertante realtà dei nostri quadri orari, che ci impongono fino a quindici materie; e pur utilizzando l'intera quota del 25% , alla fine si può tagliare ogni anno al massimo una disciplina e qualche ora all'una o all'altra materia. 
Quello che mi mancherà di più quando lascerò la scuola, sarà l'incontro al mattino presto con i ragazzi nel parco-giardino che porta all'ingresso dell'Istituto. E passando tra i tanti gruppetti di ragazzi che, provenendo da lontano come accadde a me studente sostano fino all'ultimo minuto all'interno dei loro capannelli, così spesso mi capita di scambiare con loro brevi saluti e qualche battuta, e da parte loro avverto un naturale senso di fiducia e di disponibilità ad affidarsi agli adulti, all’istituzione scuola e anche a me che salutandoli e chiedendo loro come va, sento il dovere e la responsabilità di rappresentarla. Un’istituzione, però, che da lì a poco rappresenterà invece per molti di questi ragazzi la loro sconfitta, la loro capitolazione. Alla fine della lunghissima mattinata, li sentirò scappare in rumorosa fuga da una scuola che nel voler dar loro troppo, gli nega alla fine la possibilità di poter apprezzare il poco, ma di grande qualità, che ogni buona scuola deve dare ai propri allievi. E invece nei professionali tutto è troppo: sono troppi i bocciati, troppi i DSA, troppi gli abbandoni, troppi i disabili, troppi i docenti non di ruolo, troppi i problemi di ogni sorta e troppe, assolutamente troppe, le discipline.
Intendiamoci, la novità di questi percorsi complementari è comunque rilevantissima, perché costituisce un passo nella giusta direzione, anche se non sufficiente, per dare alla formazione professionale quel senso di completezza a cui pure aspireremmo. Ma sappiamo che nella vita la norma non è conquistare subito il massimo. E infatti, a un anno e mezzo dall’inizio della loro sperimentazione, si possono già cogliere alcune criticità sulle quali è giusto riflettere. Non mi dilungo sugli aspetti positivi, evidentissimi già nell'aver quasi  dimezzato, rispetto al percorso integrato, la percentuale di dispersione scolastica e aver tenuto a scuola, solo in virtù delle loro ottime performance in laboratorio, ragazzi che da tempo avremmo sicuramente perso, qualcuno magari avviato per strade assai pericolose.
La maggiore di questa criticità è data dal rischio di identificare questi percorsi come un'ulteriore differenziazione in negativo dell'istruzione-formazione professionale. Già io stesso, pur attento affinché ciò non accada, ho più di una volta accettato che alcuni ragazzi transitassero alla fine nel percorso complementare, pur di evitare che abbandonassero a metà della prima o della seconda classe la scuola, perché non essendo  magari ancora sedicenni non sarebbero stati accolti nei percorsi per i cosiddetti drop-out; e non passa settimana che qualche consiglio di classe o qualche docente di sostegno non mi chiedano di accogliere ora uno ora l'altro ragazzo in difficoltà. Questo è uno dei motivi che consigliano di andare verso un unico modello, che integri l'istruzione e la formazione professionale avvicinandosi sempre più a quello trentino, che come saprete si basa su tre gambe: i licei, l’istruzione tecnica e la formazione professionale. Quest’ultima si sviluppa verso l’alto fino a poter approdare ad una vera e propria alta formazione. Un modello chiaro, lineare e percepibile come realmente efficace, anche da parte dei ragazzi e delle loro famiglie, ai fini di una adeguata preparazione al lavoro. Solo così si potrà evitare quello che anche da noi troppo spesso accade; e cioè che la scelta di un professionale rappresenti l'ultima scelta, o ancora peggio, una non scelta in attesa che accada qualcosa. Un secondo, importante motivo per puntare in questa direzione mi pare questo: la formazione professionale è ben sviluppata solo in poche regioni, mentre in molte altre è nel migliore dei casi embrionale. Invece, esistono ovunque gli istituti professionali statali, con i loro laboratori, oggi in genere sottoutilizzati, e le loro sperimentate competenze professionali. Da questi si deve ripartire, naturalmente “delicealizzandoli” quanto prima.  D’altra parte essi sono destinati comunque a cambiare, se diverranno presto realtà le 200 ore annue di alternanza scuola lavoro previste dalla Buona Scuola e se si svilupperà l’apprendistato come strumento di apprendimento e insieme di ingresso nel mondo del lavoro. In ogni caso, bisognerà a mio avviso superare il ruolo residuale della formazione professionale, sottoposto, per trovare un suo spazio, al duplice filtro delle scelte regionali e di quelle in capo a ciascuna scuola, in cui le inevitabili preoccupazioni e timori per il proprio immediato futuro, in particolar modo dell'organico preesistente,  fanno comprensibilmente velo all’interesse della scuola nel suo insieme. A noi invece  pare una scelta strategica che dovrebbe essere offerta a tutti i ragazzi su tutto il territorio nazionale. Capita a volte, parlando con colleghi refrattari ad un sistema del genere, che io indichi   come modello a cui guardare, proprio il successo dell'esperienza trentina di fronte al quale,  certi colleghi non potendo argomentare altre critiche, finiscono col rispondere che essa è improponibile perché nessun altra regione ha la fortuna di avere i finanziamenti che lo Stato trasmette al Trentino.  Nessuno si chiede però quanto costi all’erario sostenere un modello che non funziona e che  negli anni lascia per strada  centinaia di miglia di studenti per i quali dovranno poi essere attivati ulteriori e ripetuti corsi  di formazione e di riqualificazione.
Per il momento il rischio che dovremmo evitare è quello di creare confusione permettendo alla stessa scuola di affiancare al percorso statale sia il modello integrato che quello complementare. Più in generale, quello che mi preme con forza sottolineare è la necessità di tornare a guardare con il principio di realtà l'anima della stessa nostra Costituzione, che si riferisce direttamente e indirettamente ai nostri giovani laddove essa sottolinea il diritto di ciascun ragazzo ad avere  l’opportunità per crescere secondo le proprie attese e le proprie capacità, per diventare un adulto responsabile e civilmente consapevole. Invece il fallimento è sotto gli occhi di tutti, o almeno di tutti coloro che non sono accecati dalle certezze ideologiche che impediscono di vedere la realtà, di fare i conti con essa perché tesi (in buona fede) a pianificare la vita di intere generazioni appiattendole su un’istruzione voluta uguale per tutti addirittura fino ai 16 anni. Sarebbe questa una scelta alla fine irrispettosa dei giovani, che hanno il diritto di fare delle scelte ben prima della loro giovinezza, prima cioè che sia tardi per imparare bene quello che ci serve per crescere bene, sia pure questo l'apprendimento di una professione e di un lavoro. Di quanto sia diffusa  questa mancanza di rispetto nei confronti della formazione dei ragazzi ne è prova la recente proposta di legge d'iniziativa popolare che prevede addirittura un biennio unico con qualche ora orientativa e nessuna funzione della formazione professionale se non dopo i 18 anni. Positivi invece sono i punti presenti nel documento governativo in relazione alla valorizzazione del rapporto tra scuola e lavoro, anche se, purtroppo, nulla si dice in tutto il documento su una condizione che deve essere ineliminabile per tutti gli indirizzi scolastici; e cioè un richiamo forte all'impegno e alla serietà con cui, nel loro stesso interesse, gli studenti devono affrontare qualunque percorso scolastico, perché è solo la carenza di preparazione che separa le persone e le proietta verso un futuro più o meno svantaggiato. Non è il lavoro diverso che si troveranno a svolgere a farli cittadini più o meno dotati di dignità, ma come lo faranno e con quale consapevolezza e preparazione lo sapranno fare. Nessuno di noi, tantomeno il sottoscritto, vorrebbe cancellare l'importante ruolo formativo che hanno le cosiddette materie di base e comuni a tutti, e fra queste si deve senz'altro oggi annoverare anche la lingua inglese. Ma da insegnante avvezzo a lavorare con ragazzi refrattari alla scuola, quella tradizionalmente intesa in quanto impegnata a trasmettere importanti saperi di base, posso invece dire con tutta franchezza che questa cultura è spesso recuperabile solo se prima appassioniamo certi studenti a qualcosa di pratico, di concreto. Negli anni successivi si potrà fare leva su questa passione per far poi loro apprendere concetti fondamentali del sapere astratto, ancora non fatto odiare del tutto, come spesso accade con l’attuale struttura dei professionali.
Non sto a ripetere quello che da anni ho scritto e detto sulla insufficienza, che in alcune regioni arriva addirittura all'assenza, della nostra formazione professionale: peraltro oggi molto meglio di me ne parleranno altri, in primo luogo il professor Pellerey.  
Ora, seguendo da molti anni, direi da decenni,  l’istruzione e la formazione professionale, difficilmente troviamo, tra coloro che sostengono la necessità di una scuola uguale per tutti almeno fino ai 16 anni, indicazioni convincenti su come superare la catastrofe didattica di cui vi ho parlato poco fa. Salvo il rimandare il problema della formazione ad età comprese tra i 16 e i 18 anni o all'utilizzo della didattica laboratoriale, sarà difficile trovare proposte credibili e realistiche circa il dramma dell'evasione scolastica. E gli stessi dovrebbero pur dirci qualcosa a proposito degli effetti di questo prolungamento dell'adolescenza, in Italia più accentuato che in altri paesi, o forse meglio dire che in tutti gli altri paesi del mondo, e non lasciare solo alla ex ministra Fornero o al compianto Padoa Schioppa il compito di sollevare per un attimo, con una battuta, il velo su questa situazione. Bisogna in ogni caso rifiutare l’idea che si è cittadini veri e fortunati solo se abbiamo studiato ai licei. Agli sfigati i lavori manuali, come era scritto e rimasto a lungo ben in vista lo scorso anno alla finestra di un'aula della scuola ( tecnico e liceo ) dirimpettaia alla mia. Senza parlare poi delle prevenzioni e dei pregiudizi che resistono tra alcuni docenti delle medie: come dimenticare l'umiliazione subita da una ragazzina, lo scorso anno, che avendo la media del dieci fu aspramente redarguita dalla sua docente di lettere perché avrebbe sprecato la sua intelligenza, se si fosse iscritta, come poi avvenne, all'Istituto alberghiero! E qui in sala i docenti dei professionali che fanno orientamento alle medie ne avrebbero di storie da raccontare!!!
Da anni sembra diventata un sorta di mantra l'idea che sarà la didattica laboratoriale, beninteso importante, a salvare i ragazzi dai loro fallimenti scolastici. Credo però che insieme a questa vadano ripresi altri modelli di apprendimento, senza escludere quello ripetitivo. Un apprendimento che per certi luminari della pedagogia istupidisce la mente. Ma negli istituti professionali tedeschi, che ho visitato di recente, viene invece considerato indispensabile, perché solo attraverso l’esercizio più volte ripetuto è possibile affinare la tecnica, immedesimarsi alla fine col lavoro che facciamo.  Gli studenti di musica e tutti i bambini che fanno sport, o che si cimentano per la prima volta con un nuovo gioco, sanno bene quanto sia fondamentale l'esercizio ripetitivo per diventare sempre più competenti nelle attività e nelle discipline che si affrontano. È in particolare grazie alla mano che molte cose, molti concetti entrano nella nostra testa.  Ed invece è proprio la mano, il lavoro manuale, beninteso finalizzato anche a riscrivere esercizi e costrutti di ogni sorta o finalizzato al disegno, che abbiamo voluto bandire ad ogni costo dalle aule scolastiche trasformando anche gli istituti professionali in quella sorta di casa degli orrori formativi che sono, appunto, oggi, certi istituti professionali. Limitandomi all'unico professionale che conosco, direi, abbastanza bene, non ho timore di alcuna smentita nell'affermare che alla fine dei cinque anni, magari anche in presenza di pluriripetenze, la maggioranza dei ragazzi che escono col diploma di sala e cucina rifiuta d'impiegarsi, pur essendovi nel settore ampie possibilità d'impiego. Noi stessi che gestiamo un nostro ristorante scolastico e che abbiamo, ingrandendoci, necessità di assumere altri ex nostri studenti,  incontriamo grandissime difficoltà non dico a selezionare, ma addirittura a trovarne qualcuno disposto a impiegarsi pur a tempo indeterminato e con l'assoluta certezza che non andrà incontro a nessun tipo di sfruttamento. Queste sono le conseguenze dell’aver voluto a suo tempo sostituire la tradizionale eccellente formazione alberghiera con una sorta di liceo professionale che aprisse a tutti i diplomati la possibilità di accedere a qualsiasi facoltà universitaria, ma purtroppo non ad un lavoro qualificato. In nome della superiorità della cultura diciamo così astratta, per decenni alla fine della terza si è chiuso qualsiasi rapporto con le attività di laboratorio (solo dall’anno scorso ci sono due ore di laboratorio alla settimana), demandando l'esperienza pratica a due-tre settimane di tirocinio per ciascun rimanente anno. Le medesime due-tre settimane di tirocinio annuale che mi sembra siano rilanciate nella proposta di legge d'iniziativa popolare a cui accennavo poco fa.
Si possono immaginare le conseguenze di tutto ciò sul turismo e sulla qualità dell'ospitalità anche gastronomica, tanto che ogni anno, anche per questo, scivoliamo sempre più in basso nelle graduatorie internazionali. Tanti turisti stranieri, spesso  i migliori perché viaggiano osservando oltre che consumando,, rimangono sbalorditi dal pessimo servizio che in genere incontrano in questo Paese  nei ristoranti, nei bar e negli hotel ove pur pagando, sembrano trattati da chi riscuote come se si trattasse di ruoli invertiti. Ma una approssimazione nella preparazione professionale in genere non reca s danni soltanto  all’economia e all’occupazione.  Gli istituti professionali hanno il fine d'insegnare ai ragazzi a svolgere bene un lavoro e, citando Richard Sennet “a mettere in grado gli individui di governarsi e dunque di diventare bravi cittadini. La cameriera industriosa tenderà a dimostrarsi una brava cittadina assai più della sua annoiata padrona. […] Nel corso della storia moderna, la convinzione che il lavoro ben fatto sia il modello di una cittadinanza consapevole andò deformandosi e pervertendosi, per finire nelle vuote e deprimenti menzogne dell'impero sovietico. […] Il nostro intento è quello di recuperare in parte lo spirito dell'Illuminismo adattandolo al nostro tempo. Vogliamo che l'attitudine al fare, che è comune a tutti gli uomini, ci insegni a governare noi stessi e a entrare in relazione con altri cittadini su tale terreno comune”. ( L'uomo artigiano, Feltrinelli ) Così Richard Sennet!
Per quel che mi riguarda, non rinuncio a sperare che quanto prima i miei studenti che saluto al mattino prima di entrare a scuola abbiano addosso, all'uscita, solo la fretta per la corriera che parte e non la rumorosa rabbia di chi non ha avuto quello che si aspettava dalla sua scuola, dalla nostra scuola. I modelli per cambiare esistono, in Italia e in altri paesi europei, ed esistono le persone in grado di farlo. E deve alla fine pur esistere la concreta consapevolezza che la scuola professionale ha il compito straordinario di trasmettere ai ragazzi il senso più profondo di sé e il loro  talento nel fare bene il lavoro che fanno, il lavoro  che faranno.  Ed è questo e solo questo, per dirla con Vittorini, che fa l'uomo più uomo, e può rendere un’adolescenza ricca di aspettative e di contentezza di se stessi. Così i ragazzi restituiranno alla collettività, che ha investito su di loro, la certezza di essere dei bravi cittadini perché aiutati a trovare la loro strada senza, appunto, abbandonarli alla strada,  come non è più tollerabile debba continuare ad accadere.
Beata la scuola e la società che contribuiranno a formare cameriere industriose piuttosto che persone frustrate e annoiate come spesso, sempre più spesso invece accade.
Valerio Vagnoli

venerdì 6 febbraio 2015

LETTERA AI GENITORI DELL'ISTITUTO ALBERGHIERO "SAFFI" DI FIRENZE

Cari genitori,
su mia richiesta, stamattina è intervenuta la Polizia con i cani antidroga per controllare sia gli spazi esterni che quelli interni, comprese alcune classi  scelte casualmente a campione.
Grazie a questo intervento sono state trovate alcune sigarette (spinelli) e piccole quantità di marijuana  nascoste nei luoghi più impensati dell’edificio. Sono stati però rinvenuti alcuni trita marijuana e questo fa pensare ad un discreto consumo quotidiano da parte di più studenti.
Ci tengo a dire che la nostra non è una eccezione e nei giorni scorsi altre quantità di droga sono state trovate in altri istituti a conferma che quello della droga è un problema generalizzato, come era del resto già noto.
Ho sempre ritenuto giusto che per debellare il problema, o almeno cercare di farlo, sia necessario affrontarlo alla luce del sole, senza timore di aprire le porte alle forze dell’ordine che, peraltro, si sono dimostrate professionalmente ineccepibili e rispettose dei ragazzi e dell’ambiente scolastico.
Sono certo che questo intervento, che non resterà isolato, trasmetterà ai ragazzi un messaggio molto concreto sui rischi che essi corrono, anche penalmente, facendo uso di droghe.
Come sapete, la scuola si adopera anche con altre iniziative per mettere in guardia i ragazzi dai rischi degli stupefacenti. Confido naturalmente  che anche Voi cogliate questa occasione per mettere in guardia i vostri figli. Sono certo, come Dirigente scolastico,  che le famiglie siano meglio tutelate e rassicurate dall’affrontare apertamente il problema anche attraverso l’aiuto delle Forze dell’Ordine.
              
Firenze, 4 Febbraio 2015                                     Il Dirigente scolastico
                                                                                  Valerio Vagnoli

sabato 31 gennaio 2015

LA SCUOLA VA MALE PERCHÉ I DOCENTI HANNO IN MEDIA 53 ANNI? UNA LETTERA AL DIRETTORE DEL “CORRIERE”

Qualche giorno fa Gian Antonio Stella ha commentato con abbondanza di confronti internazionali i dati sull’età media elevata degli insegnanti italiani. Il problema non è nuovo e risaputa ne è la causa fondamentale: i numerosi aumenti dell’età pensionabile degli ultimi vent’anni. Stella lo tratta in tono catastrofista, quasi avesse trovato l’origine di tutti i mali della scuola. Non è un problema da trascurare, soprattutto per la scuola dell’infanzia e la primaria che richiedono maggiore energia; ma non è certo il motivo principale della crisi, anche considerando che l’esperienza può compensare in parte il logorìo di una professione sempre più impegnativa. Anche ben oltre i cinquant’anni si può essere motivati, purché il governo della scuola dia ai docenti mezzi e stipendi adeguati, dirigenti preparati e ben retribuiti, edifici confortevoli e funzionali; e ne sostenga l’autorità di fronte alle famiglie e agli studenti, ai quali invece indirizza spesso messaggi demagogici e deresponsabilizzanti. Di fronte a questa semplificazione, un docente romano si è risentito e ha scritto al “Corriere”. Enrico Rufi, giornalista di “Radio Radicale” gli ha dedicato un efficace servizio. (GR) 

L’articolo di Gian Antonio Stella.

DROGA NELLE SCUOLE: UN CANE POLIZIOTTO IN AIUTO DEI RAGAZZI

(“Il Corriere Fiorentino”, 29 gennaio 2015) 
In questi giorni la polizia fiorentina sta portando avanti una lodevole attività di prevenzione all'uso della droga da parte dei giovani e dei giovanissimi studenti. Con l'aiuto di alcuni cani, perlustra gli esterni degli edifici scolastici e, con l'assenso dei presidi, può entrare anche all'interno degli edifici stessi per individuare eventuali possessori di sostanze stupefacenti.
Un collega e amico fiorentino si è però rifiutato di far entrare i poliziotti e il loro addestratissimo cane all'interno della scuola perché “i cani sono un fatto innaturale… ed un ragazzo che fa uso di stupefacenti è una persona con cui mi devo confrontare, che va innanzitutto aiutata, eventualmente punita, ma non umiliata davanti ai compagni”.
Ho riportato per intero le parole del collega citate dal “Corriere Fiorentino” per affermare che invece penso esattamente il contrario. Gli altri miei colleghi che hanno aperto le porte delle aule alla polizia e al simpatico cane, come farei io (e anzi spero di poterlo fare quanto prima), non sono meno sensibili di altri nei confronti dei ragazzi che si drogano. Avere periodicamente la polizia e i cani davanti e dentro le scuole è un deterrente e un messaggio chiaro degli adulti ai giovani circa i pericoli che essi corrono, anche sul piano penale oltre che su quello fisico e psichico. Dobbiamo essere contenti che le forze di polizia non si disinteressino ai nostri ragazzi e rappresentino loro, con la loro presenza, il senso della legalità. Inoltre, per aiutare un nostro allievo ad evitare l'uso degli stupefacenti è necessario scoprire che ne fa, appunto, uso. Sfido infatti chiunque abbia avuto rapporti con adolescenti che consumano droga, anche occasionalmente, a dimostrarmi che attraverso il dialogo, la confidenza e perfino l'amicizia sia quasi sempre possibile ottenere da parte loro la conferma che si stanno drogando. In realtà, gli adulti, in primis i genitori e a seguire i docenti e molti altri adulti di loro riferimento, scoprono solo alla fine e spesso troppo tardi, che il ragazzo era dentro il giro e che magari, per procurarsi la droga a buon mercato, era costretto anche a smerciarla. È quasi sempre soltanto grazie alle forze dell'ordine se si viene a scoprire quello che con i nostri mezzi e con i nostri strumenti non ci è possibile conoscere in altro modo. E quando ciò avviene, per fortuna, può iniziare il faticoso, duro, estenuante lavoro di recupero e ricostruzione di adolescenze che potrebbero essere devastate da un fenomeno come la droga che, talvolta è pur vero, gli adulti non vogliono vedere, ma che è quasi sempre difficilissimo da scoprire, anche per le capacità che i ragazzi hanno nel saper negare fatti e circostanze spesso evidentissimi. Ben venga allora il fiuto di un cane a farci scoprire la realtà, che non sempre è quella che si vede, come scriveva Pirandello, e proprio per questo occorre anche il fiuto di un simpatico cane poliziotto, amico dei giovani in difficoltà.
Valerio Vagnoli

sabato 6 dicembre 2014

UNA PRESIDE SI RIFIUTA DI INCONTRARE IL SOTTOSEGRETARIO FARAONE


Al Direttore Generale dell’Ufficio Scolastico Regionale 
per la Campania Dott.ssa Luisa Franzese
Al Ministro dell’Istruzione On. Prof.ssa Stefania Giannini
E p. c. A tutte le scuole secondarie di secondo grado della Provincia di Napoli

Sono stata invitata a partecipare a un incontro con il Sottosegretario del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, on. Davide Faraone, che sarà a Napoli mercoledì prossimo, 10 dicembre, presso l’ISIS “Sannino-Petriccione”.
Desidero esplicitare i motivi per i quali, pur ringraziando per l’invito, non parteciperò all’incontro. Da quindici giorni, nella scuola che dirigo, i professori ed io stessa siamo impegnati in un dialogo incessante, quotidiano – a tratti molto difficile – con gli studenti, sulle modalità e sui limiti con le quali ed entro i quali una protesta può accrescere la consapevolezza e rafforzare il senso civico di ciascuno, risultando proficua per la comunità nella quale viviamo – in primo luogo, quella scolastica.
Ci siamo a lungo confrontati, abbiamo discusso – anche vivacemente - sulla necessità di rispettare le regole che danno forma a qualunque attività, sia individuale, sia, a maggior ragione, collettiva.
Abbiamo stigmatizzato le derive qualunquiste e pre-natalizie, i riti di iniziazione privi di contenuti e di motivazioni ideali; soprattutto, abbiamo chiarito che le occupazioni sono illegali, perché violano almeno due articoli del codice penale, senza se e senza ma.
Abbiamo commentato, costernati e impotenti, i danni - per centinaia di migliaia di euro – provocati, non per la prima volta, dalle occupazioni in alcune scuole della città di Napoli.
Abbiamo analizzato gli altri danni – primo tra tutti, la negazione del diritto allo studio e l’interruzione di un servizio pubblico – provocati dalle occupazioni, delle quali pagano sempre il prezzo più alto gli studenti diversamente abili e quelli didatticamente più deboli, meno motivati.
La scuola che dirigo non è stata occupata; l’attività didattica è continuata, anche se è stata declinata, per una settimana, secondo modalità alternative, per rispondere al bisogno degli studenti di interrogarsi su categorie storiche, su fenomeni politici, su fatti dell’attualità e della cronaca.
Non ho, pertanto, né il tempo, né alcun motivo di incontrare l’on. Faraone, che in un sorprendente articolo pubblicato sulla “Stampa” del primo dicembre definisce le occupazioni scolastiche “una lotta all’apatia”, le considera “più formative delle ore passate in classe”, le considera momenti privilegiati durante i quali “si seleziona la classe dirigente”, nonché l’unica occasione in cui le aule scolastiche “appaiono calde e umane”, pronube di meravigliosi amori “consumati in quei sacchi a pelo”, all’interno dei quali tanti “ragazzi e ragazze hanno trovato l’anima gemella”.
Sono tra i firmatari della petizione, promossa dal “gruppo di Firenze”, per le dimissioni dell’on. Faraone, che non rappresenta le istituzioni in cui credo. Credo, invece, con Massimo Recalcati, che un’ora di lezione possa cambiare la vita, e che la scuola alla vita possa e debba dare forma.
Con i migliori e più cordiali saluti,
prof.ssa Silvia Parigi
Dirigente Scolastico del Liceo “Comenio” di Napoli 

giovedì 13 novembre 2014

BERLINGUER, LO STATUTO DEGLI STUDENTI E LA DISFIDA DI BARLETTA

Berlinguer junior, emanando lo Statuto delle studentesse e degli studenti, pensò di traghettare finalmente la gestione della disciplina scolastica dal pieno arbitrio dei docenti a un sistema di garanzia che tutelasse i ragazzi. Emanò così la più diseducativa delle normative, in quanto sottopose qualsiasi misura disciplinare a una procedura burocratica, che ricorda il barocco sistema penale italiano, con tanti saluti alla logica di un rapporto educativo. Lo Statuto prevede una serie di norme che, se rispettate alla lettera, rendono complicato prendere un provvedimento disciplinare, qualora lo studente sia supportato da genitori che lo difendono “a prescindere” (e genitori del genere oramai abbondano per svariati motivi, compresi i sensi di colpa nei confronti di figli maleducati anche per la loro assenza nell'educarli). Basti pensare che ogni sanzione può essere impugnata davanti a un comitato di garanzia, diverso a seconda degli ordini di scuola, che ha dieci giorni di tempo per confermare, mutare o annullare la sanzione. Se il comitato dovesse tardare nella decisione di un solo giorno, ecco decadere il provvedimento disciplinare. Qualora i tempi siano invece rispettati e la sanzione sia confermata, la famiglia potrà ricorrere al comitato di garanzia regionale e via di seguito, quando il seguito è il tribunale amministrativo regionale. Naturalmente ogni ricorso richiede da parte del dirigente scolastico l'obbligo di stendere una relazione e altra mole di documentazione che dovrà innanzitutto essere formalmente inattaccabile, pena la cancellazione del provvedimento stesso. Chi non conosce la scuola, e Berlinguer junior a mio parere, da quello che dice e da quello che scrive, ancora oggi dimostra di conoscerla poco, non può assolutamente rendersi conto del lavoro insostenibile e delle inaudite responsabilità che pesano sulle spalle del preside e non possono in gran parte essere demandate ad altri. Pertanto rimane spesso arduo organizzare tutte le fasi burocratiche della misura disciplinare senza evitare di commettere un errore formale. Così si dovrà prestare attenzione affinché il consiglio di classe straordinario, che dovrà prendere gli eventuali primi provvedimenti, non venga convocato prima che siano trascorsi 5 giorni dal momento in cui il ragazzo/a ha avuto un comportamento da sanzionare; e guai se gli altri interessati (lo studente da sanzionare, i genitori dello studente, eventuali testimoni...) non vengono auditi secondo uno schema preciso e formalmente inattaccabile davanti al consiglio di classe allargato ai rappresentanti di genitori e studenti. Ci sono mille possibilità, per chi guida il consiglio straordinario, di poter commettere un purché minimo errore: per esempio farsi sfuggire informazioni o dichiarazioni che possono violare principi di privacy e turbare eventualmente il colpevole, quasi sempre pronto, grazie a babbo e mamma, a sentirsi vittima. Non dimentichiamoci, inoltre, che allo studente deve sempre essere data la possibilità di convertire le sanzioni in attività da svolgere a favore della comunità scolastica, con la conseguenza di dover inventar qualche lavoro socialmente utile, in cui a volte vengono inclusi  anche approfondimenti e ricerche su vari argomenti che il punito dovrà poi socializzare ai propri compagni di classe. Infine, per sospensioni superiori ai 15 giorni si deve coinvolgere anche il Consiglio d'Istituto (in cui siedono studenti e genitori…). Senza contare la comica, eppure diffusa prassi della “sospensione con obbligo di frequenza”, ovviamente priva di qualsiasi senso educativo.
Povera scuola e poveri noi, oltre che poveri ragazzi! Che sciatteria educativa aver pensato una mostruosità del genere, aver cioè delegittimato la figura dell'educatore a tal punto da costringerlo a difendersi dagli attacchi dei genitori nel momento in cui, insieme ai suoi colleghi, deve sanzionare un proprio allievo per motivi oramai sempre più gravi (e sempre più derubricati a inezie nel codice etico-educativo dei genitori). La sanzione educativa, invece, deve poter essere la risposta immediata dell'educatore ai propri allievi che disattendono le regole. E ben lo sanno quei genitori che, di fronte ad un pessimo comportamento dei loro figli a casa o fuori, si guardano bene dal rimandare di cinque giorni il chiarimento o la punizione che essi si meritano.
Un cenno, infine, alla scuola paritaria di Barletta gestita da suore salesiane, in cui una studentessa, arrivata a scuola con i capelli tinti di blu, messa di fronte alla necessità di rinunciarvi in base al regolamento, ha preferito lasciare l’istituto, che i genitori hanno denunciato ai carabinieri per “norme discriminatorie” (richiesta di abbigliamento consono all’ambiente scolastico). E poco importa se nelle norme fosse specificato o meno ciò che va bene e cosa no. Guai a togliere ai docenti e agli altri educatori scolastici quel tanto di discrezionalità che accompagna qualsiasi azione educativa, altrimenti il rischio è quello di ritrovarsi di fronte a docenti e presidi demotivati e che pur di non avere grane sono pronti a tollerare qualsiasi pessimo comportamento da parte dei propri allievi. Pertanto ben venga una dura reprimenda o un severo provvedimento disciplinare se uno studente alla fine non trova alcuna differenza tra  un abbigliamento e una acconciatura più adatti ad una rave party e quello che va bene in una scuola, per di più gestita da religiose.
Spiace infine, a questo proposito, aver sentito alla radio un vecchio preside criticare come “passatista” l'Istituto di Barletta e dire che la scuola deve curarsi dell’anima dei ragazzi piuttosto che del loro abbigliamento, come se quest’ultimo non fosse specchio anche del rispetto che ognuno di noi deve agli altri, anche attraverso l'abito che fa il monaco, caro collega, eccome se lo fa. (VV)

lunedì 10 novembre 2014

CONTRIBUTI DEL GRUPPO DI FIRENZE ALLA CONSULTAZIONE SULLA "BUONA SCUOLA"



CAPITOLO 7 – COMMENTI GENERALI AL PIANO

Cosa ritieni sia particolarmente efficace del Piano "La Buona Scuola"?
Indica massimo 3 temi

TEMA 1
AGGIORNAMENTO E LIBERTÀ METODOLOGICA
La parte dell’AGGIORNAMENTO è apprezzabile, soprattutto la critica all’aggiornamento calato dall’alto e per lo più teorico degli ultimi decenni. Fondamentale l’indicazione sullo scambio di idee e esperienze tra colleghi, MA deve essere rafforzata la scelta del metodo seminariale come base della formazione permanente, anche attraverso la formazione (del resto abbastanza semplice) alla conduzione di gruppi di lavoro. VA INOLTRE GARANTITA LA PIENA LIBERTÀ METODOLOGICA, e in questo senso è preoccupante il richiamo all'uniformità delle competenze dei docenti (“Dobbiamo dire con chiarezza cosa ci aspettiamo dal corpo docente in termini di conoscenze, competenze, APPROCCI DIDATTICI E PEDAGOGICI, per assicurare uniformità degli standard su tutto il territorio nazionale e garantire uno sviluppo uniforme della professione docente”(cap. 2.1, Quali competenze per i nostri docenti).
TEMA 2
SCUOLA E LAVORO
Anche qui, come per l’aggiornamento, ci sono le premesse per voltare pagina, abbandonando stereotipi e diffidenze anacronistiche. Da condividere quindi l’intenzione di rafforzare il rapporto fra scuola e lavoro. Bene l’IMPRESA DIDATTICA, l’APPRENDISTATO e I MESTIERI D’ARTE.
Per questi ultimi, il Gruppo di Firenze propone L’ALLARGAMENTO AGLI EX-ISTITUTI D’ARTE della possibilità di ISTITUIRE CORSI di Istruzione e formazione professionale  cosiddetti “complementari”, sfruttando i laboratori e le competenze ancora presenti e inutilizzate. (VEDI ANCHE il tema 3 nella sezione "Cosa manca").

Quali aspetti ritieni debbano essere migliorati o sostanzialmente ridiscussi? Indica massimo 3 temi

TEMA 1
ASSUNZIONE DI 150.000 PRECARI
Per evitare che entrino in ruolo eventuali persone non adatte all’insegnamento, RENDERE VERAMENTE SERIO L’ANNO DI PROVA, fornendo alle commissioni precisi criteri di osservazione in itinere e di valutazione e integrando queste ultime con membri esterni.
TEMA 2
CARRIERA STIPENDIALE E DEMERITO
NON È ACCETTABILE IL SISTEMA PROPOSTO NEL PROGETTO. SI DEVE INVECE MANTENERE una progressione stipendiale basata sugli anni di servizio come riconoscimento del VALORE DELL’ESPERIENZA, ma AFFIANCANDO ALL’ANZIANITÀ IL CORRETTIVO DEL DEMERITO (un criterio che sulla carta già esiste, ma non è operante): per ripetute mancanze ai propri doveri professionali si dovrebbe cioè prevedere, ovviamente senza quote prefissate, il mancato accesso allo scatto stipendiale. A questo proposito dovrebbe essere questa l’occasione per varare finalmente un codice etico-deontologico o codice di comportamento dei docenti che ne chiarisca puntualmente i doveri, anche come fondamentale occasione di dibattito e di riflessione sul proprio ruolo professionale. Da valutare anche una parallela incidenza del demerito sul punteggio nelle graduatorie.
ð Naturalmente PER IL DEMERITO GRAVE deve essere previsto l’allontanamento dall’insegnamento (VEDI il tema 2 nella sezione “Cosa manca”).

TEMA 3
COMPETENZE DEI DOCENTI
È PREOCCUPANTE questa affermazione (cap. 2.1): “Dobbiamo dire con chiarezza cosa ci aspettiamo dal corpo docente in termini di conoscenze, competenze, APPROCCI DIDATTICI E PEDAGOGICI, per assicurare uniformità degli standard su tutto il territorio nazionale”. Un’affermazione, quella sugli “approcci didattici e pedagogici”, che suona inquietante per chi ritiene ESSENZIALE LA LIBERTÀ METODOLOGICA, la sola garanzia che ogni insegnante dia il meglio di sé, in quanto può scegliere l’approccio migliore a seconda dell’argomento e della classe che ha davanti, che sia però anche in armonia con le sue attitudini e il suo temperamento. Senza dubbio è essenziale conoscere diversi metodi, altra cosa sarebbe l’imposizione di una didattica ministeriale.


Cosa manca nel rapporto del Piano "La Buona Scuola"? Indica massimo 3 temi
TEMA 1
SERIETÀ DELLA SCUOLA
È ASSENTE QUALSIASI RICHIAMO ALLA SERIETÀ E ALLA RESPONSABILITÀ. Come si può allora parlare della scuola come base per la democrazia?
 LA SCUOLA DEVE EDUCARE ALLE REGOLE i futuri cittadini innanzitutto facendole rispettare in ogni momento della vita scolastica. D’altra parte la disciplina è indispensabile per un apprendimento proficuo, come ha affermato a chiare lettere l’Ocse. Se c’è ancora imbarazzo e silenzio su questo punto, molto dipende da un ANACRONISTICO TIMORE DELL’AUTORITARISMO e da una scarsa consapevolezza dei bisogni educativi dei bambini, oltre che dello stretto legame tra l’educazione e una società democratica. Bisogna anche varare un CODICE ETICO-DEONTOLOGICO (o di comportamento) per gli insegnanti, cioè un insieme di principi e di regole di comportamento nei confronti degli studenti, dei colleghi, delle famiglie, della stessa professione, anche qui consultando i docenti.  Insomma, UNA BUONA SCUOLA è prima di tutto UNA SCUOLA SERIA.

TEMA 2
DOCENTI INADEGUATI
Premesso che la maggior parte dei docenti fa quanto meno dignitosamente il proprio dovere, LE NORME ATTUALI NON CONSENTONO, SE NON IN CASI RARISSIMI, DI ALLONTANARE TEMPESTIVAMENTE DALL’INSEGNAMENTO QUELLI PALESEMENTE INADEGUATI O PER INCAPACITÀ (ANCHE SOPRAVVENUTA) O PER GRAVE SCORRETTEZZA PROFESSIONALE (assenteismo ripetuto, intimidazioni, molestie sessuali, ecc.). È una situazione incompatibile con uno stato democratico, che va avanti da decenni e priva per anni e anni una parte degli studenti del loro diritto a una “buona scuola”, oltre a danneggiare la credibilità dell’istruzione pubblica. Occorre rimediare subito, anche nella consapevolezza che così facendo si alzerebbe il livello medio della categoria, molto più efficacemente delle politiche premiali.

TEMA 3
UNIFICARE ISTRUZIONE E FORMAZIONE PROFESSIONALE CON PROGRAMMI E ORARI RIFORMATI
Non si può credibilmente progettare alternanza scuola-lavoro, incremento dell’apprendistato, imprese didattiche, sviluppo dei laboratori e rapporti con le botteghe artigiane senza cambiare in profondità programmi e piani orari degli istituti professionali, la cui “licealizzazione”, causa prima dell’enorme dispersione, cominciò nei primi anni novanta ed è stata di recente aggravata dalla riforma Gelmini. BISOGNA FARE ANZI UN DECISIVO PASSO AVANTI, ANDARE CIOÈ VERSO L’UNIFICAZIONE DEGLI ISTITUTI PROFESSIONALI CON LA FORMAZIONE PROFESSIONALE, anche perché in molte regioni la seconda non si è mai sviluppata, mentre esistono istituti professionali dotati di laboratori, spesso molto sottoutilizzati.

mercoledì 22 ottobre 2014

UNA PAGINA FACEBOOK SUL TEMA “RIDATECI IL SILENZIO”

Per sviluppare l’iniziativa avviata con l’appello “RIDATECI IL SILENZIO. Contro la distruzione della quiete pubblica e la musica imposta”, firmato da oltre settecento cittadini tra i quali importanti esponenti della cultura contemporanea, abbiamo creato un’apposita pagina facebook. Potremo così raccogliere notizie, testimonianze, proposte, iniziative e approfondimenti sull’argomento da parte di tutti gli interessati a rafforzare un movimento di rinnovamento civile. Non solo quindi i cittadini che abitano in zone rumorose, ma tutti i quelli che ritengono fondamentale che venga garantito, come dice l'appello, "il diritto a riposare tranquillamente all’ora che si preferisce, a concentrarsi nella lettura, ad ascoltare musica di propria scelta, a godere la tranquillità e la bellezza di un parco o di una spiaggia". Chi non è iscritto a facebook potrà scriverci all’indirizzo gruppodifirenze@libero.it.
 Esistono già siti e pagine facebook “contro la movida selvaggia”, tra cui una pagina “sorella” espressione di un gruppo di Molfetta già molto attivo. Naturalmente segnaleremo indirizzi e riferimenti di tutti i gruppi e comitati delle varie città costretti a battersi per l’elementare diritto di dormire e vivere tranquillamente. Sappiamo inoltre che si sta lavorando per costituire una grande associazione nazionale dei comitati cittadini (o forse una del nord e un’altra del centro sud), che avrà ovviamente i propri strumenti di lavoro, ma potrà comunque contare anche su di noi.
 “Ridateci il silenzio” vuole quindi essere una pagina di servizio, che potrà anche servire per coordinare eventuali iniziative di carattere nazionale. Buon lavoro a tutti.
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